
Capitolo XVIII
Un colore per ogni colpa
Era solo sua. La colpa era solo sua. Hans se lo ripeteva da ore, chiuso in quella stanza oblunga, senza vetri, dai muri rivestiti di piastrelle glaciali, incolori. Stava al buio perché la luce lo infastidiva: un’oscurità densa, come se al posto dell’aria ci fosse paraffina. Non aveva bisogno di vedere per comprendere lo schifo in cui si era infilato e da cui ora non sarebbe mai potuto uscire completamente. E anche la sua bocca spaccata, al buio, gli faceva meno male, quasi che il dolore si misurasse in ampere. Gli eventi erano precipitati bruscamente. Piero lo aveva già messo al corrente di tutto. Sapeva, in cuor suo, di non rischiare nulla: potevano accusarlo di favoreggiamento, ma non sarebbe successo. Era più importante, soprattutto per Piero, che lui stesse fuori, che soffrisse, fuori.
Non aveva capito, non aveva voluto, forse fin dall’inizio. Ruben Lukes: era stato lui a uccidere Paola, la prima sommaria analisi delle tracce all’interno e all’esterno del fuoristrada, il gruppo sanguigno A+, non lasciavano già dubbi. Piero gli aveva spiegato che era stata la scoperta della morte sospetta della madre delle gemelle ad illuminarlo: modalità di decesso così simili potevano significare una stessa mano. E così aveva rapidamente ricostruito che l’unico che avrebbe potuto commettere un duplice omicidio era il dottore. Tutto era iniziato quando la madre aveva chiesto al collega di seguire Jasmine: Ruben era uno sperimentatore, ma soprattutto un uomo senza scrupoli, così aveva deciso di tentare una terapia d’urto. Aveva proposto alla collega di separare le due bambine: Jasmine sarebbe rimasta con lei, nella casa sul lago vicino a Berna; Paola sarebbe andata dal padre, da cui la madre si era da poco separata e che tra i suoi tanti affari gestiva un albergo nella piazza del paese di Castelrosso. La terapia sperimentale non fece che peggiorare la situazione: Jasmine non solo non ricevette maggiori attenzioni dalla madre, angosciata dalla lontananza di Paola, ma finì col creare nella propria mente una gemella immaginaria, con cui parlare e giocare. Nessuno negli anni provò a cambiare la situazione, in particolare Lukes, ormai abbagliato dalla sua distorta brama di ricerca o forse solo dalla sua miseria morale. La madre era piena di rimorsi, Jasmine un giunco in balia del vento, Paola una ragazzina estroversa ma sola. Fu facile tenere i contatti con lei, appassionarla con mille tentazioni, infine approfittarsene. Ad agevolare ulteriormente i piani del dottore fu l’arrivo tra i suoi pazienti di un ragazzo di Castelrosso, Andrea Scarpi, che aveva conosciuto Paola e da allora se la portava con sé nella mente. Un colpo di fortuna che Ruben non poteva non sfruttare: lo inserì nel suo programma di cura e fece in modo che conoscesse Jasmine. Fra i due si stabilì subito un rapporto particolare: per Jasmine Andrea era un appoggio alternativo a Paola, per Andrea Jasmine era Paola stessa, la sua incarnazione. Il loro legame, sempre platonico, era fitto di attività, tra le quali c’erano i video che ritraevano Jasmine in tutta la sua bellezza, ma che non avevano nulla di perverso. Ciò che di perverso invece c’era in quella storia iniziò a comprenderlo la madre, che pian piano si avvicinò alla terribile verità. Lukes non le concesse ulteriore tempo.
L’uccisione della madre impose un cambio di rotta nei piani di Ruben: accelerò il riavvicinamento delle gemelle, in modo da avere anche nuovo materiale di studio. Per le ragazze ritrovarsi fu come avviare una nuova vita: si riscoprirono complici e affiatate. Ruben gongolava, pregustando già il successo presso la comunità scientifica. Non aveva fatto i conti con Paola, che aveva subodorato i suoi misfatti e covava segretamente una bruciante vendetta. Paola però al contempo non aveva fatto i conti con Jasmine: rivelandole il suo sogno proibito aveva involontariamente aperto un canale di informazione per Lukes, che prese ad esercitare su Jasmine una sempre maggiore pressione, inducendola a credere che Paola, e lei sola, fosse all’origine di tutte le sue sventure. Jasmine, disperatamente a caccia di quell’appiglio che non trovava da nessuna parte, si affidò completamente a Ruben, concedendogli ogni licenza verso di lei e verso gli altri, anche esacerbare l’animo insicuro di Andrea, che progressivamente sostituì all’adorazione per Paola un’insofferenza per la sua autonomia. Ma al contempo il giovane bibliotecario subiva in silenzio il tremendo sopruso di vedere Jasmine assieme a Ruben. Proprio l’aggrovigliarsi di questi legami fu all’origine della rissa che coinvolse i quattro.
Fu allora che a Lukes venne in mente ciò che gli avrebbe permesso di completare il suo scriteriato esperimento: per prima cosa convinse Jasmine a girare alcuni video con lui, molto più espliciti di quelli fatti con Andrea e li fece circolare sulla rete. Fece però in modo che potesse sembrare Paola ad apparire sullo schermo. Questo incrinò ancor più i rapporti tra le gemelle, per non dire quelli con Andrea, che si sentiva doppiamente tradito. Poi, tramite Jasmine, attirò Paola nella stessa trappola che la ragazza aveva creato per lui: il Rifugio. Costrinse Jasmine ad appostarsi alla cava di Carpineto e dare appuntamento lì ad Andrea. Quel che il ragazzo vide fu solo Ruben scaricare per terra l’esile corpo di Paola. Avrebbe potuto denunciarlo subito, se Lukes non avesse indovinato anche l’ultima mossa: comprare il suo silenzio grazie a Jasmine, che avrebbe potuto tranquillamente affermare di aver visto solo Andrea a Carpineto quella sera. Il ragazzo aveva ragione: era davvero Lukes il burattinaio. Un piano quasi perfetto, quello del dottore: peccato che sulla sua strada avesse incrociato il suo amico Vandelli.
Piero entrò nella stanza, ancora torvo. Gliela avrebbe fatta pagare, eccome. Gli fece cenno di seguirlo, lo avrebbe personalmente accompagnato a casa. Appena fuori dal comando, la luce li investì: doveva essere mattino inoltrato. Hans percepì di nuovo quel fastidio dato dal poter discernere i colori. Pensò che in quella storia tutti ne avevano uno, e ogni colore nascondeva, in fondo, una colpa, una responsabilità: Ruben Lukes aveva addosso il nero del male, della morte; Paola il bianco, come il suo corpo sul tavolo autoptico; Jasmine invece era il rosso, quello intenso della passione e quello più tenue delle sue fragilità; Andrea Scarpi forse il blu, profondo come le sue abissali paure; Piero di certo il verde, insieme rabbia e speranza. E lui, Hans, che colore aveva? Meglio non pensarci, si disse, meglio il buio.
Fine
Capitolo XVIII
Buio e silenzio
La stanza era fredda.
La scarsa illuminazione rendeva ancor più gelida l’atmosfera. Hans ne aveva viste di stanze come quelle, dove interrogavano le persone sospettate di qualcosa. I quattro muri grigi che lo circondavano non lo rilassavano mentre, seduto a una sedia di ferro accostata ad un tavolo spoglio, aspettava che l’ombra di Vandelli facesse capolino dalla sottile linea di luce che si vedeva sotto la porta che gli stava davanti. I pochi minuti che passarono gli sembrarono infiniti.
Finalmente la figura di qualcuno oscurò la linea luminosa, come un segnale, susseguito dal cigolio dei cardini della porta mentre essa si apriva. Manetti, con un evidente disagio nei confronti del coroner, entrando disse:
-“ Sono spiacente ma in questo momento il maresciallo è molto preso dall’interrogatorio con quel ragazzo, Andrea, e mi ha chiesto di riferirle che sarà da lei a breve. Dopo aver dovuto rilasciare il Dott. Lukes, grazie al provvidenziale intervento del suo legale, il maresciallo si sta dedicando completamente alla confessione del sospettato Andrea Scarpi e quindi…”-
-“Confessione?”- lo interruppe Hans aggrottando il sopraciglio.
-“ Beh sì. Pare che si sia dichiarato colpevole dell’assassinio di Paola Habib e stia tuttora fornendo tutti i dettagli dell’accaduto.”
-“Ma io sono sicuro che il responsabile non sia lui, Lei me lo avrebbe detto! Jasmine me lo avrebbe detto!…Dov’è lei adesso?”
-“Aspettiamo ancora notizie. Stiamo impiegando tutte le forze disponibili per rintracciarla ma ancora non siamo riusciti a trovarla.”-
In quel momento fece il suo ingresso nella stanza il maresciallo Vandelli che col petto gonfio d’orgoglio lanciò un’occhiata maligna nonché di superiorità a Meyer.
Si diresse verso di lui con lo sguardo fermo come fosse una sfida. Afferrò con decisione la sedia che stava dalla parte opposta del tavolo rispetto allo sfidato. La scostò e nel gesto di accomodarsi fece un lungo sospiro.
-“ Dunque. Il caso è chiuso. Andrea Scarpi è l’assassino di Paola H. Torna tutto: il movente, ovvero il suo smisurato amore per Jasmine, che conduce il ragazzo ad eliminare ciò che lui ha chiamato “la sua brutta copia”; il racconto definito nei minimi particolari, dall’aggressione all’occultamento del cadavere nella cava dove abbiamo anche trovato la caramella di liquirizia che lui non manca mai di portare con se. Restano solo due domande a questo punto; dov’è Jasmine H.? E cosa devo fare con te Meyer?”-
Quella domanda echeggiò per alcuni istanti nella stanza come fosse alla frenetica ricerca di una risposta. Il suo brusio cessò con il sovrapporsi di un eccessivo chiasso proveniente dalla stanza accanto. Un ufficiale irruppe bruscamente gridando -“Maresciallo presto!!! Scarpi! Si tratta di Andrea Scarpi!”-. Vandelli si alzò di scatto con aria preoccupata e quando il carabiniere gli si avvicinò sussurrandogli qualcosa Piero impallidì ed uscì di corsa dalla stanza. La sua ombra non fece in tempo a scomparire da dietro la porta che la sua voce aveva chiamato Meyer a gran voce:
-“Presto Hans! Scarpi sta tentando il suicidio!” -.
Ciò che si parò davanti allo sguardo del Dott. Meyer nel entrare nella stanza accanto lo impietrì. Andrea Scarpi si era staccato la lingua a morsi e stava ora cercando di sfuggire agli agenti che volevano bloccarlo per soccorrerlo. Era abituato a vedete cadaveri ma non era pronto a vedere un ragazzo che si dissanguava davanti a lui. Nel tempo di realizzare tutto questo Andrea, dimenandosi alla ricerca di una via di fuga, finì per colpire violentemente la testa sul pavimento ormai tinto di rosso esalando così l’ultimo respiro.
Il mattino seguente Meyer, incredulo e scioccato per gli eventi del giorno precedente faticò ad alzarsi dal letto. Ad incentivarlo bastò la squillante suoneria del suo telefonino. Tastando sul comodino riuscì a raggiungere il telefonino che si nascondeva nel buio della camera da letto, dove la luce del sole non riusciva a filtrare le persiane chiuse della finestra. Numero sconosciuto.
-“Pronto…Jasmine..!”
-“Si tesoro mio. Mi mancava il suono della tua voce, e sono sicura che d’ora in poi mi mancherà sempre più. Ho saputo la notizia, ho letto i giornali. Andrea. Ma non ti preoccupare per noi sia io che la nostra piccolina stiamo bene ma prima di dirti addio non interrompermi e lascia che ti sveli ciò che vuoi sapere.”-
Fu così che mentre la ragazza parlava tutto sembrò cristallino e chiaro nella mente di Hans.
Quella rissa risalente anni fa quando Ruben stava, ancora una volta, tentando di sottomettere Paola alle sue volontà e mentre lei cercava di separarli Andrea, senza esitare, si era gettato sul suo psicologo per difendere le ragazze. Glielo aveva promesso a Jasmine, il giorno in cui lui le regalò la cavigliera. Le promise che fin che lei l’avesse portata, lui l’avrebbe sempre protetta anche a costo della vita. Ed infatti così era stato anche quella sera, la sera in cui Ruben Lukes riuscì a rintracciare le gemelle che avevano lasciato il loro paese natale dopo la morte della madre. Lukes era riuscito a scoprire dove risiedevano le due sorelle ma sicuramente non si aspettava quel finale, perdere il controllo e massacrare a morte una ragazza, la sua preferita. Trovò poi in Jasmine e Andrea dei facili capri espiatori, la parola di uno psicologo contro quella di due suoi pazienti. Nessuno avrebbe creduto ad una bulimica e ad un aggressivo-compulsivo. Si offrì Andrea stesso di occultare il cadavere mentre lei avrebbe ripulito la scena del crimine. Sarebbe andata dopo con calma a sporgere denuncia per costruirsi un falso alibi ma non pensava certo che ad aiutarla sarebbe stato il futuro padre di sua figlia.
-“Il resto lo sai anche tu. Ora ti devo lasciare o il sangue di Lukes non verrà via dalla mia maglietta preferita. Non temere. Sono sicura che un giorno troveremo un modo ed un posto per te, me e Paola ma fino ad allora…”.
Buio. Silenzio.
Fine
Post Mortem
Nel piccolo studio le voci riecheggiavano come nelle navate di una cattedrale. Andrea sedeva esattamente di fronte a Lukes, in mezzo alle due sorelle, ma non riusciva a udire niente. Fissava le due ragazze: Paola, sicura di sé ,dopo anni di terapia sembrava aver prosciugato la sorella.Le aveva tolto tutto, anche il ritegno, girando quei video su internet fingendosi Jasmine. E nella stessa occasione le aveva tolto anche Andrea, di cui era sempre stata gelosa. Quando Jasmine era entrata li aveva trovati avvinghiati sul pavimento.
Ancora parole grosse, Jasmine si alzò e colpì la sorella al volto. Ma Paola era più forte e robusta e la mise al tappeto. Andrea perse la ragione. Staccò un bracciolo dalla sedia di metallo e si avventò su Paola come una furia, colpendola al volto una ,dieci, cento volte.
La voce impotente di Lukes gli giungeva come da un incubo.Fermo Andrea fermo!
Fermo Andrea, respira. Il dolore alla gamba lo riportò alla realtà da quel ricordo. Presto lo avrebbero raggiunto, ma non poteva farsi prendere adesso. Doveva far arrivare quelle informazioni ad Hans, a Vandelli. Doveva farlo per Jasmine.Non c’era che un modo. Prese il registratore che portava sempre con sé e lo accese.
“Non capisco la necessità di questa autopsia maresciallo”. Disse uno scocciato Lukes nello studio di Vandelli.
“ Dottore, lei ha voluto che Andrea le fosse di nuovo affidato e l’ha ottenuto, non è passata neanche una settimana, è fuggito ed è stato ritrovato misteriosamente morto nella cava di Carpineto. Una autopsia era più che necessaria.”
Fece una pausa. Lukes lo guardò privo di espressione.
“Anche perché ci ha permesso finalmente di identificare l’omicida di Paola. “
“ Mi compiaccio” asserì Lukes, sorridendo
Vandelli Sorrise a sua volta “Sì è stato lo stesso Andrea,per difendere Jasmine dalla sorella.Lo avevo ipotizzato da tempo. C’è solo un dettaglio che mi era sfuggito. Paola non è stata uccisa lo scorso mese, ma cinque anni fa. Durante una sua seduta di psicoterapia”
“Immagino la sua frustrazione dottore, con quell’incidente i suoi progetti di diventare lo psichiatra più in vista di Berna andavano in fumo. Ma è stato molto bravo, lo devo ammettere ,a coprire tutto,deve avere molta influenza sulle forze dell’ordine di Berna facendo passare quell’omicidio per una semplice rissa sui giornali locali.”
“ C’è stata una rissa è vero, ma nessuno si è fatto male” replicò imperturbabile.
“Vuole che diamo un’occhiata alle sue cartelle? Scommetto che quelle di Paola si fermano a cinque anni fa, inoltre in casa di Jasmine non c’è una sola foto della sorella da adulta. Ma proseguiamo : Andrea fugge e si nasconde a Castelrosso, ma questo non è un male per lei, ha avuto già il tempo di esaminarlo. Jasmine invece, libera dalla sorella smette di avere allucinazioni. Nonostante i suoi sforzi ha perso la sua gallina dalle uova d’oro.
"Per recuperarla non c’è che un modo.La sua idea , mi complimento, è veramente diabolica:rievocare nella mente di Jasmine la morte della sorella nella speranza che le allucinazioni riprendano e lei ritorni a farsi psicoanalizzare ,e finalmente terminare di studiare il suo caso.
“Dopo cinque anni di ricerche lei riesce a trovare una ragazza abbastanza simile a Jasmine, la fa uccidere da uno dei suoi sgherri, massacrandola come Andrea aveva fatto a suo tempo con la vera Paola, e la scarica nella cava. Poi fa una telefonata anonima a Jasmine dicendole che la polizia ha trovato il cadavere di sua sorella.Il suo stratagemma apparentemente assurdo funziona talmente bene che Jasmine ripiomba nella sua dimensione onirica e si precipita in commissariato, dove arriva ancor prima dell’autopsia. Nella sua scenata Jasmine riesce a coinvolgere anche Hans e me nel suo delirio, facendoci vedere quello che lei crede di vedere su quel tavolo settorio. La ragazza è sfigurata, è una prostituta o una vagabonda forse e nessuno ne denuncia la scomparsa.Il gioco è fatto.
“Jasmine si renderà conto di tutto solo alcuni giorni dopo quando ritrova in biblioteca l’articolo che parla della rissa ed esce dal sogno ,ricordando che la sorella è morta cinque anni fa.Il suo corpo e la sua mente collassano.
“Ma accade un imprevisto, sottoforma ancora una volta di Andrea Scarpi.Anche lui è a Castelrosso , sente la notizia dell’impossibile omicidio e va alla cava a vedere cosa succede ,dove perde una delle sue liquirizie Poi cerca di proteggere Jasmine scrivendole la verità in alcune lettere, le abbiamo trovate nel suo cestino in biblioteca. Andrea le ha sempre creato problemi dottore, è l'unico che intuisce i suoi piani e che può avvertire Jasmine. Andava tolto di mezzo, per questo lo ha provocato al rifugio.”
“ Non ho ucciso io Scarpi” disse con forzata tranquillità lo psichiatra
“ Lo so,lei non avrebbe fatto lo stesso errore due volte dottore, lei lo ha voluto in custodia per tenerlo sotto silenzio. Andrea si è suicidato;ci ha mandato un segnale in un modo che lei non avrebbe potuto impedire. Non con la mente, ma con il corpo.”
Vandelli fece comparire una scatola di liquirizie, stranamente rovinata, al suo interno una piccola cassetta di un registratore.
“L’ha trovata il dottor Meyer nel suo esofago. C’è incisa la confessione che le ho appena riassunto. È sorpreso dottore? Eppure è lei ad averci insegnato che la morte è solo un banale incidente di percorso…”
Pochi mesi dopo, il Maresciallo lesse sul giornale della morte di Lukes.Era stato strangolato,ma Vandelli non potè fare a meno di sorridere istericamente:curiosamente come arma del delitto era stata usata una cavigliera.
Fine
Capitolo XVIII
L’ultima seduta.
Non aveva mai buttato via quelle chiavi. Sapeva che prima o poi le sarebbero servite di nuovo.
Entrò nel buio, tremando. Era notte fonda, e il silenzio era interrotto solo da qualche lontano colpo di tosse, o da flebili lamenti. Il lungo corridoio su cui si affacciavano le celle si stendeva come un tappeto davanti a lei, man a mano la torcia lo esplorava. La sala della psicoterapia era poco più avanti, e avanzava verso di lei. La paura e l’impazienza che si mescolavano nel petto. Con una mano si accarezzò la base del collo. La porta rossa si avvicinava, la rapiva. La ipnotizzava. “Un tempo non mi dispiaceva venire qui di notte. Sono proprio una stupida”si disse. Ma il respiro aumentava. Freddo. Il freddo della maniglia fu una piccola scossa elettrica. La chiave era sempre la stessa. Due scatti.Il cigolio squarciò il silenzio. Mi hanno sentito. Si voltò, ascoltando i minimi rumori. Niente. Si concesse un sospiro ed entrò, chiudendo piano la porta dietro di sé. E’ più prudente non accendere la luce, le diceva sempre Ruben. Lascia la torcia sul tavolo. È meglio restare in penombra… La scrivania era bellissima, lucida di cera e splendente alla flebile luce. Lo squallore dell’ospedale psichiatrico veniva completamente offuscato da quella scrivania. Era ordine, e geometria e bellezza… La sfiorò con la punta delle dita, camminando, e sentì come una fredda seta di ghiaccio. Un brivido di piacere, le fece socchiudere gli occhi… Quanti ricordi... Quando li riaprì, si accorse di essere vicino alla sua poltroncina. Era una poltrona di pelle, molto elegante, leggermente consunta dai molti animi inquieti che aveva sorretto. Mentre si distendeva, si rese conto che stava già pensando a lui. Forse era quella stanza che la rendeva sempre così.. sensibile, al suo fascino? Era Ruben, che l’aveva resa una donna. In quella stanza. Su quella poltrona. Per la prima volta. Si ricordò il suo profumo… il suo odore. La sua pelle. Adesso lui era lì, accanto a lei. E la stava guardando. “Oggi è un mese esatto che le indagini sono state chiuse. Omicidio passionale. Andrea si è sempre dichiarato innocente, ma non gli hanno creduto. Il maresciallo in persona mi ha detto che…” C’era qualcosa di strano nella sua voce. Qualcosa di rotto.“Ruben, che c’è, ti senti in colpa?Un professionista come te?… Forse dovresti stenderti qui con me… Eri tu che mi dicevi che così si può liberare la mente..”La voce sensuale di lei nell’ombra… Le gambe accavallate… “ Cosa ti direbbe mia madre, se ti vedesse autoincolparti così ingiustamente?”Gli occhi dello psichiatra si accesero nel buio. “Ormai, Jasmine, è passato tanto di quel tempo…” “Vieni qui. Accanto a me. Ecco, così. Ora dimmi. Sincero. Paola era più bella di me, quando si stendeva su questa poltrona, vero?” Il dottore, prima curvo su di lei, si irrigidì. La bocca semiaperta. “In fondo io ho sempre saputo. L’amavi?”… “Ma certo che l’amavi. Non può essere che così. Dev’essere stato un brutto colpo per mia madre, scoprirlo” Le mani di lui si fecero fredde, nervose “Come sai…?” “ Non sono una stupida. Conosco Paola. Siamo la stessa persona, ricordi? Non era più lei dopo l’incidente. Non ho mai creduto che stesse così male solo perché nostra madre era morta. E poi la storia del matto che scappa dalla cella e la aggredisce a notte fonda… Lei si faceva benvolere, pur con i suoi modi apparentemente freddi. Lei, le persone, le aiutava davvero con la psicoanalisi”. “Senti Jasmine, noi non volevamo fare proprio niente..” “NON DIRE NOI! SEI STATO TUA COLPIRLA CON QUEL FERMACARTE.” Si alzò. Bianco. Andò verso la libreria, nell’angolo… mancava l’aria. “Lei era delusa.. arrabbiata, mi è saltata addosso. Era fuori di sé. Io non volevo farle del male. Paola è scappata via. Quando è caduta a terra… Non sapevo cosa fare …” La guardò, con un coraggio infinito.”Era una donna. Eri più forte tu. Potevi non ucciderla.” “Mi fai paura, Jasmine.” La figura di lei nell’ombra, era rimasta ferma. La sua voce aveva un tono autoritario ma calmo. “Per favore. Non mi riconosci neanche.” “Paola?… Oddio.”. “Perché mi hai ucciso?” “Io… sono lo psichiatra più rinomato d’Europa. Sono l’unico al mondo che sa plasmare la mente. Nessuno di voi è in grado di dominare l’ Es. Ma io sì. Tu… tu volevi solo rovinarmi.” “Non volevo rovinarti… volevo che l’assassino di mia madre venisse punito”. “TU VOLEVI CHE IL MONDO PERDESSE L’UNICA MENTE IN GRADO DI PLASMARE LA MENTE UMANA. Io non avrei potuto permetterlo, io posso salvare” “TU VOLEVI SOLO SALVARE TE STESSO. Guarda. Guarda come mi hai ridotto.”. La ragazza estrasse dalla borsetta una foto, scattata durante il ritrovamento del corpo, nella cava. “Ero così bella…Ma adesso sono di nuovo qui. E tu sei finito”.Lui si avvicinò. A passi lenti….Tremando. Gli occhi impazziti di stupore. Disumani. Guardò la foto. La fissò.. Gli occhi persi. Fissi. Poi un lampo nello sguardo. La bocca si deformò in una smorfia… strani sussulti. Stava ridendo. Una risata che si fece sempre più forte, più alta, che lo costrinse a piegarsi, ad allontanarsi, .. “NON TI CREDERANNO MAI”Urlò. Ridendo “Sei pazza!” . “Non devo parlare io”. Ruben si fermò, improvvisamente. Un pensiero. La guardò di nuovo. Lei Era sempre lì, sdraiata. Nell’ombra, aveva cominciato a sbottonarsi la camicetta. Silenzio. Bottone dopo bottone. “Che.. che stai…” Lei non si scompose. Al quarto bottone, sorrise.”Hai già detto tutto tu.” La pelle bianca… e un microfono. “Puttana… IO TI AMMAZZO!”Si gettò al collo della ragazza, ma la porta si spalancò dietro un potente calcio “FERMO Lì, BASTARDO, O TI PIANTO UNA PALLOTTOLA NEL CRANIO!” Il maresciallo lo afferrò per la camicia e lo sbattè contro il muro. “Lei è in arresto, dottore. E… glielo garantisco. L’infermità mentale non gliela daranno neanche se prega in ginocchio.” . Hans entrò correndo nella stanza trafelato, smarrito, “Jasmine!”e la abbracciò. “Tesoro… stai bene? Ho avuto tanta paura di perderti!!” “Caro…”. Il click delle manette, e il dottor Lukes che si dimenava, fecero a Jasmine uno strano effetto. Specialmente lì, su quella poltrona. Hans non si staccava da lei. Piangeva. Sì, lui piangeva.
Una manciata di mesi era passata da quella notte. Eppure Hans, quel giorno, non sembrava messo tanto meglio di allora. Andava su e giù per un corridoio bianco. “Hans, non stai partorendo tu. Sei bianco come un morto” disse Piero con un sorrisetto ironico. “Papà, vuoi un caffè dalla macchinetta?” “No, Francesca, non preoccuparti” “Allora lo prendo io” “Ma hai tredici anni!!” Niente da fare. Era già dall’altra parte della clinica. “Sarà bella come la mia, vedrai.” “Mi basterebbe fosse bella come la madre…”.
“Signor Meyer?” “Sì, sono io” “So che sua moglie non gliel’ha ancora detto” “…” “ Sono due bellissime bambine” “…” “Gemelle”.
Fine
<<Oggi molte persone muoiono per infiltrazione progressiva di buon senso, e si accorgono troppo tardi che le sole cose che non si rimpiangono mai sono le proprie pazzie.>> Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray.Ed. Mondadori, pag 44.
Capitolo XVII
Alla Mia Piccola
Una strana tranquillità. Un dolce senso di protezione. Non se lo sarebbe mai aspettato.
“ Non ho nulla da temere, adesso. Ci sei tu con me. E tutto si risolve, si può rimediare a tutto. Quel giorno in cui sei scomparsa, ho sentito un vuoto tale che… credevo di essere morta. Credevo che la mia vita, che eri tu, sarebbe stata solo un niente, un bianco mattino ed una pallida sera, credevo che non avrei più sentito freddo, che non avrei più provato dolore, che non avrei più sentito pulsare il sangue nelle vene. Semplicemente, si era spenta la scintilla. Ed ero un corpo senz’anima.”.
La penna esitò un attimo infinito. Si rivide sperduta nel proprio deserto di carta, nel bianco vuoto senza tempo. Lo sfidò ancora, e vinse. Sempre con più coraggio. Le dita dalle unghie perlate la guidavano. Sapeva dove andare.
“Ma adesso che rinasci in me, Paola, adesso che mi parli, so che saremo insieme per sempre. Adesso so cosa fare. Io.. riesco a mentire. Mi vesto come te. Ho cominciato a indossare anche le tue scarpe, quelle con il tacco alto. Ho rubato. Parlo con gli uomini senza arrossire. Me li porto a letto. Ruben direbbe che ho fatto notevoli progressi. In una delle vecchie sedute, mi diceva che avrei potuto scoprire una nuova me. Che avrei potuto essere diversa da te, avere una mia personalità, che avrei potuto ballare, parlare, muovermi, amare anche meglio di te, in un modo tutto mio. Ma lui non ha un gemello. Lui non sa cosa vuol dire, essere separati solo da un velo, un errore del corpo di nostra madre. Noi siamo una persona sola adesso. Non potrebbe essere altrimenti. A tutto c’è rimedio. Dobbiamo ringraziare il nostro angelo custode, sai. Io e te Paola , io e te…per sempre.”.
Gli occhi della ragazza scorsero più e più volte la pagina, le dita che accarezzavano il bordo del foglio. C’era una vita, lì dentro. Piegò con cura la lettera, e la protesse in una busta bianca.
“Alla Mia Piccola” .
E’ tardi, pensò. Era già stato difficile lasciare il lago, la notte precedente. Poi, nelle sue condizioni… Hans sicuramente l’avrebbe sgridata. Ma non poteva andare altrimenti. Non era solo per il suo bene, ma anche per quello di Andrea. Povero ragazzo, anni di psicofarmaci…Estrasse dallo zaino le copie della cartella clinica del suo angelo custode. Non sarà facile decifrare la scrittura di Ruben, si disse. Ma forse posso capire cos’è successo.
Il tempo scorreva lento, e il silenzio della notte sembrava nasconderla agli occhi del mondo. Sotto una coperta, sdraiata nel letto di un accogliente stanzetta d’albergo, Jasmine sfogliava quella confusa accozzaglia di appunti. “ E se qualcuno psicoanalizzasse lei, dottore?” mormorò sorridendo. Poi, di colpo, una frase. E qualcosa riaffiorò.
“Buongiorno, Dottoressa Habib. Dunque queste sono le Sue splendide figlie?”
“ La ringrazio, dottor Lukes. Sì, sono loro…”
“Mi diceva che hanno bisogno di...”
“ Sì, vede, ho l’impressione che abbiano bisogno di fare due chiacchiere con lei. Avanti, voi due, presentatevi… non vi ho proprio insegnato niente?”
“Buongionno dottoe… io mi chiamo Paola”
“No non è veo. Cattiva! Mamma Jammin è cattiva. ”.
“Jasmine! Ti ho detto di presentarti come si deve”.
“Senti Ruben, ora che le bambine sono di là… Siamo colleghi da tanto tempo, sii sincero…Che ne pensi?”
"Ecco, Paola ha una personalità piuttosto complessa, e già in parte sviluppata. E’ molto intelligente per la sua età. Ma quella che dovrò studiare di più probabilmente è Jasmine. Senza offesa, sai quanto ti voglio bene, ma gente come noi che ama questo lavoro, non può stare ventiquattro ore su ventiquattro e casa, e …”
“Vuoi dire che ho trascurato mia figlia?”
“Non dico questo, è che…quando la bimba viene sgridata dalla sorella, rivive con lei il rapporto che ha con la madre, perché le manca, non c’è, e.. si sviluppa una specie di transfert. Così la sorella diventa una sorta di modello, su cui basarsi per crescere, per sviluppare la propria personalità. Ma devo ancora lavorarci su, la teoria del trensfert non spiega proprio tutto… non spiega tutto fino a questo punto. Però è da poco che le vedo.”
“Sai, io cerco di tenerle a bada, ma so che Paola è abbastanza aggressiva con lei.. non vorrei che si stesse sviluppando..”
“Lo so, lo so, anch’io sto cercando di escludere una Stoccolma. Ma con pochi mesi di terapia ancora non posso … ”.
“Oddio Jasmine.! Non scappare vieni qui! Vieni…! Ruben, era dietro la porta, credo ci abbia sentiti..”
“Dove sei stata tutta la notte? Avanti DIMMELO!” “ No, mamma, questa è la mia vita!” “ No, finché stai sotto questo tetto, signorinella! Ma insomma, questo non è da te! E poi ormai sei grande, hai diciassette anni! Non voglio che diventi come Paola, è tua sorella che ti ha insegnato così?” “Noo, sempre di Paola ti preoccupi, mai di ME! E poi guarda questi lividi, non mi hai neanche chiesto chi sia stato!” “Oddio, bambina, ma che ti succede?” “Che mi succede lo sa solo Andrea. Lui mi aiuta. E TU NO!!!!”
Per un attimo Jasmine chiuse gli occhi. Povera Paola, quante colpe ingiuste le aveva dato. In fondo, senza di lei non avrebbe mai imparato a vivere. Ma adesso avevano fatto pace.
Si toccò il ventre, piano… Sorrise appena. “Tra pochi mesi l’ecografia dirà che sei una bambina. D’altronde, io so già, non potrà che essere così. Hans ne sarà così felice…Ci è sempre stato accanto, ha rischiato tutto per noi, per te…Ti ama tanto, me lo ha detto lui. Piccola Paola, adesso dormi… e rinasci in me”.
Fine puntata
Capitolo XVI
Il Burattinaio
Il respiro si stava normalizzando. Si toccò le tempie e sentì ogni battito cardiaco mescolato all’altro nella smania di raggiungere il precedente.Una marmellata oleosa di pulsazioni, come quella che sembrava aver invischiato il suo passato. Si fece forza ( Un’altra liquirizia, una sola, coraggio Andrea) e ripartì alla scalata come se non avesse altro obiettivo.
Non c’era effettivamente altro modo di giungere inosservato al rifugio se non quello di risalire la scarpata che si innalzava alle sue spalle. Come Jasmine gli aveva insegnato una volta che l’aveva portato nel bosco.
La parte più dura fu attraversare la cantina, dove si celavano i resti indigeriti del sogno di Jasmine e Paola. Finalmente avrebbe rivisto Jasmine, era sicuro di trovarla lì.Doveva parlarle, vederla di nuovo. Lo smacco del Maresciallo gli bruciava troppo, e soprattutto doveva avvertire Jasmine che la polizia la stava cercando e aveva fatto irruzione in casa sua.
Si fermò in tempo, sulla porta del soggiorno. Due voci maschili provenivano dall’interno. Dov’era Jasmine? Riconobbe prontamente la voce di Hans che invitava ad accomodarsi sul divano un’altra persona, evidentemente appena arrivata. Andrea guardò fuori dalla finestra, preoccupato di vedere parcheggiata una volante dei carabinieri. No, nessuna volante. Purtroppo per lui di fronte alla casa c’era il fuoristrada di Lukes.
“ Sono contento che sia venuto qui dottore… avevo bisogno di parlare con lei…” Sentì dire ad Hans
“ La mia visita sarà piuttosto breve “ Disse con voce untuosa Lukes
“ Lo so che non dovrei chiederglielo dottore…” Lo interruppe Hans “ ma queste ricadute di Jasmine… sa sono un medico anch’io..”
Lukes rise tra sé col suo solito timbro gutturale che lanciò una scarica elettrica giù per la schiena di Andrea.
“ Si trattava solo di fare un aggiustamento terapeutico, l’ipoalimentazione di Jasmine nei tre giorni precedenti alla visita ha compromesso l’assorbimento , o molto più probabilmente l’assunzione stessa degli antipsicotici, da me prescritti. Sono comunque cinque anni che Jasmine segue la sua terapia senza inconvenienti,lo considererei un risultato soddisfacente.”
Quell’uomo non era uno psichiatra , ma piuttosto un cinico chirurgo della mente.
“ Veniamo a noi. Come le ho detto per telefono Jasmine quando è venuta a visita si è portata via –per sbaglio- una cartella di un altro paziente. Sono venuto per riprenderla.”
“ Certamente” Rispose Hans prendendo la cartella dal mobile “ Ecco…”
Si interruppe. Andrea era entrato nel soggiorno e fissava Lukes.
“Andrea, ma guarda un po.’” Lo sguardo di Lukes si illuminò.
Hans potè giurare di sentire il cuore di Andrea battere nella stanza.“ Che diavolo succede…?”
Il Dottor Lukes sorrise mostrando una dentatura aguzza da squalo
“ Si è meritato di sentire una storia interessante dottor Meyer. Cinque anni fa durante uno studio sulla schizofrenia rimasi sconcertato quando due pazienti asserirono di avere visioni entrambi della stessa ragazza. Avevo fatto la scoperta psichiatrica del secolo…”
“ Basta dottor Lukes” Balbettò Andrea.
“ Capisce? Due pazienti che vedevano la stessa identica persona! Un paziente era Jasmine ovviamente, che riferiva di vedere la sorella… L’altro invece era un ragazzo con evidenti problemi di adattamento, irascibile , violento. Solo Jasmine sembrava tranquillizzarlo. Jasmine rispose bene alla terapia ma l’altro paziente sparì. Fuggì dall’ospedale una notte. Tempo dopo venni a sapere che si era reintegrato nella società iniziando una nuova vita….”
Hans Impallidì. Il nome scritto sulla cartella che teneva in mano era quello di Andrea Scarpi.
“ Allora Andrea come te la passi col tuo nuovo lavoro da bibliotecario? È un peccato che tu non sia rimasto con noi…
“ Se raccontassi cosa mi facevano là dentro non ci crederebbe Dottor Meyer, quest’ uomo ci sta manipolando tutti… è un burattinaio! “ Andrea Mandò giù un’altra liquirizia. Le mani gli tremavano vistosamente.
“ Andrea non dovresti mangiare tutte quelle liquirizie… la tua pressione sarà a livelli stratosferici…”
“ La smetta Dottor Lukes”
“ A proposito…. Come sta Paola? Ti ha perdonato quello che le hai fatto….?”
Andrea saltò in aria come una caldaia in ebollizione. Afferrò il Dottor Lukes per il collo e lo scaraventò sul pavimento. Anche dopo le torture subite la sua forza rimaneva pur sempre spaventosa. La valigetta di Lukes si rovesciò e assieme ai documenti saltò fuori una pistola. “ …Meyer…..Spari..spari!” Urlò Lukes con un filo di voce. Hans raccolse l’arma al volo, caricò, mirò ad Andrea e….
La volante dei Carabinieri sgommò nello spiazzo davanti al rifugio e si arrestò. Avevano fatto presto. Hans corse fuori sollevato. Aveva capito subito che c’era stato qualcosa di strano nel comportamento di Lukes,. Era strano che uno psichiatra che conosceva Andrea come un paziente violento lo avesse provocato così apertamente …così all’ultimo momento si era limitato a tramortire Andrea col calcio della pistola. Ora entrambi aspettavano in casa.
Dalla Volante la figura di Vandelli si stagliò sul cielo azzurro. Hans gli corse incontro “ Maresciallo, meno male che siete arrivati vi ho chiamati appena…” Si Bloccò. Il Maresciallo lo stava fissando con uno sguardo che gli fece abbassare la temperatura di venti gradi. Si guardarono per un istante infinito.
La forza che Vandelli mise in quello sganassone sorprese anche Hans. Un diretto alla guancia sinistra che lo aveva spedito nella polvere, su cui ora stava sputando sangue.
“CHE CAZZO FAI MEYER ?!” urlò Vandelli
Hans sentì il peso della vergogna su di sé, non osò guardare in faccia Vandelli. Intanto Manetti e Moroni stavano portando fuori Andrea e Lukes che parlava al cellulare.
“ Spenga subito quell’affare, lei viene in centrale con noi dottore” Intimò Vandelli
“ Lo immaginavo “ Sorrise soddisfatto Lukes chiudendo la conversazione.” Per questo ho avvertito il mio avvocato”
Vandelli prese per il bavero Hans e lo trascinò in macchina. “ Con te farò i conti più tardi…”
Il Rifugio fu perquisito a lungo. Ma di Jasmine nessuna traccia.
Capitolo XV
Caffè amaro
Un'altra dura giornata di lavoro stava ormai volgendo al termine.
I telefoni della stazione dei carabinieri squillavano freneticamente come a voler aumentare il mal di testa del Maresciallo Vandelli mentre ,assorto dalle sue preoccupazioni , beveva l’ennesima tazza di caffè. Decaffeinato(anche se lungo), era già abbastanza nervoso.Senza zucchero, sua moglie si era raccomandata tanto ”Piero niente zucchero che poi lo senti tu il dottore!”.
Solo un pò di latte scremato per far sì che sia la bevanda sia la giornata gli sembrassero meno amare.
La scrivania sommersa dai fogli. Uno di essi , l’elenco dettagliato di tutti gli oggetti più o meno rilevanti rinvenuti a casa della sospettata scomparsa. Il Maresciallo la stava minuziosamente rileggendo da ore in cerca di un indizio, un particolare a cui non aveva fatto caso o a qualsiasi tipo di pista da seguire per ritrovare la ragazza.
Finendo con un ultimo e rapido sorso ciò che era rimasto del suo caffe , gli torno alla mente l’ultima volta che aveva visto Hans . Anche in quell’occasione stavano bevendo caffe , nel bar di fronte all’ospedale ma dopo quel giorno non lo aveva più sentito.
Ormai erano passati tre giorni da quel fatidico pomeriggio, e due settimane da quell’ omicidio così cruento.Ancora non erano riusciti a cavare un ragno dal buco. Possibile che si fossero tutti dileguati nel nulla ?! Per quanto ne poteva sapere Piero la ragazza poteva aver fatto la fine della gemella.
L’emicrania che stava accusando stava per raggiungere l’apice quando fu interrotto dal giovane carabiniere Manetti che, chiamandolo appoggiandosi con una mano alla sua spalla, lo aveva fatto sobbalzare.
-“Avevi bisogno Manetti?!”-esclamo Vandelli con ciglio inarcato e tono quasi minaccioso.
Alla reazione del superiore il giovane, intimorito, fece un passo indietro e con aria spaventata e voce timorosa rispose:
-“ Mi scusi signore ma sono appena arrivati i risultati della perizia della foto che aveva portato al laboratorio. Dalle posizioni collinari circostanti i soggetti e dai vari riferimenti geologici possiamo affermare che si tratti della riva di un lago, per essere ancora più esatti nei pressi di Berna. Non è tutto. Da un indagine incrociata abbiamo appreso che in un paese adiacente, che si trova appunto a costeggiare un lago, si trovi il precedente domicilio delle gemelle Habib. La casa ,che è tuttora lì, è passata di proprietà alle sorelle dopo la morte della signora Habib risalente a quattro anni fa.”-
-“ Non sapevo fossero orfane di madre. La causa del decesso?”-
-“ Misteriosa tuttora. Il caso fu archiviato come suicidio.La vittima venne rinvenuta morta annegata nel medesimo bacino ma il corpo presentava lesioni e contusioni su tutta la superficie ed il medico legale affermò con assoluta certezza che fossero precedenti alla morte.”-
Al suono di quelle parole l’espressione del volto del maresciallo cambiò da minacciosa a incredula per poi diventare quasi irritata da tanti pensieri. Si alzò dalla sedia con fare quasi pigro, fece due passi avanti e indietro ruotando su se stesso sfilando davanti al sottoposto che lo osservava incuriosito. Si fermò dando le spalle.
-“C’è altro …che devo sapere?”-
-“No signore. I tabulati dell’apparecchio della ragazza arriveranno a momenti via fax.”-
Detto questo Vandelli gli fece segno di ritirarsi agitando la mano sinistra. L’agente Manetti tornò sui suoi passi e si rimise alla sua solita postazione, il maresciallo invece, dopo essersi assicurato con altri due passetti di essersi sgranchito le gambe, si riaccomodò sulla sua sedia e guardando il suo orologio da polso cominciò a pensare alla sua casa, alla moglie che lo aspettava per cenare( con pietanze semi-prive di sale per via della pressione), alla figlia che lo avrebbe implorato per non guardare sempre i telegiornali alla televisione.
Erano queste le cose di cui si sarebbe voluto preoccupare e invece era ancora lì. In ufficio. Con un caso tra le mani che ogni giorno si faceva sempre più complesso.
Attualmente l’unica pista da poter tentare era quella di indagare nella città natale della ragazza. In fondo c’era una remota possibilità che dopo la fuga dall’ospedale si fosse rifugiata là.
Si rialzò ancora, scostando la sedia con fare noncurante, per poi riavvicinarla alla scrivania.
Impilò i fogli e le carte che aveva sparso in una colonna senza senso logico sistemandola poi sulla sinistra, proprio accanto alla foto che lo ritraeva con la famiglia al completo incorniciata su del legno chiaro. Prese la tazza del caffè amaro per poterla rimettere a posto ed in quel mentre fu richiamato dal rumore della stampa del fax della compagnia telefonica.
La lista era piuttosto lunga ma i numeri erano sempre gli stessi .
In quel momento la mano del maresciallo lasciò la presa della tazza che cadde a terra andando in pezzi. Due numeri spiccavano nell’elenco, composti molte volte e di recente. Il primo era quello dello psichiatra Lukes Ruben.
L’altro Vandelli lo conosceva bene. Il numero di cellulare del medico legale Hans Meyer.
Fine puntata.
Capitolo XIV
Matronimico
Hans, sebbene dovesse impegnarsi a fondo per fronteggiare le intemperanze della sua coscienza, stava cominciando ad accettare l’idea di aver preso una colossale sbandata. Ma non era un cretino: capiva benissimo di essersi cacciato in un enorme guaio accompagnando Jasmine dal dottor Lukes. Capiva altrettanto bene che l’essere stato cortesemente invitato ad accomodarsi fuori durante la visita era, specie da parte del collega, un’ovvia precauzione per non spiattellare a uno sconosciuto informazioni che avrebbero potuto alimentare sospetti su di lui e sulla sua paziente, indipendentemente dalla vicenda di Paola. Jasmine comunque lo aveva rassicurato: gli avrebbe raccontato tutto appena uscita da quella stanza.
Ruben Lukes comunque non lo convinceva fino in fondo: il profilo aguzzo del mento, accentuato da una barbetta incredibilmente folta, il taglio degli occhi vagamente orientale, il timbro della voce così singolare, con quella pronuncia arrotata di molte consonanti, gli suggerivano l’immagine di un uomo ambiguo, avvezzo a manovrare nell’ombra. No, quell’impressione non poteva essere dettata solo da quella che volgarmente si sarebbe detta un’acerba gelosia per Jasmine. No, Ruben Lukes c’entrava qualcosa con l’omicidio di Paola.
Si era turbato ancor di più quando li aveva visti uscire: Jasmine era insolitamente radiosa, pervasa da un’euforia che strideva con l’austero grigiore dei muri e dell’arredo; Ruben Lukes invece aveva appena abbozzato un saluto ed era corso via, apparentemente molto indaffarato.
Jasmine non aveva mantenuto la promessa e Hans non ci aveva chiuso occhio. Lei, accarrezzandolo e baciandolo a più riprese, lo aveva maliziosamente persuaso ad aspettare la mattina successiva.
“E’ troppo importante, ho bisogno di parlarne in un luogo tranquillo” gli aveva detto.
“Più tranquillo di una camera d’albergo dove non ci conosce nessuno?”
“Sì, un posto speciale”
Il posto speciale non era lontano dalla città, lo si raggiungeva comodamente percorrendo una trentina di chilometri in autostrada. Il posto speciale era un paesino affacciato su un lago, sicuramente meno celebre e più piccolo di altri bacini limitrofi, ma non per questo meno suggestivo. Hans parcheggiò la macchina non lontano dal piccolo porticciolo e, con galanteria, andò ad aprire la portiera a Jasmine che lo ringraziò con un bacio appassionato. L’aria era mossa da un vento fresco ma gradevole.
Jasmine gli fece cenno di seguirla: la vide puntare con decisione verso una delle piccole barche ormeggiate. Hans non si intendeva di nautica, ma non gli fu difficile notare come quella piccola imbarcazione avesse già i suoi anni: il ponte un po’ consunto, le finiture piuttosto rozze, la cabina di pilotaggio dalla sagoma squadrata. Perché lo aveva portato fin lì? Che segreto era nascosto in quel posto così placido e silenzioso? Pochi minuti dopo, ma al dottor Meyer sembrò che fossero passati decenni, la riva era già lontana.
“Sai Hans, con questa barca ho fatto tante di quelle gite…”
“Venivi sempre qua dopo le sedute da Ruben?”
“Non solo, anche prima… a volte anche durante…”
Hans riflettè su quella frase: voleva forse dire che il dottor Lukes la seguiva nei suoi spostamenti? O erano le proiezioni distorte della mente di Jasmine, che confondeva sogno e realtà?
“Come passavate le giornate?”
“Oh, ci divertivamo un sacco! Ruben è un tipo brillante sai? E’ pieno di idee, sa sempre come stupirti, piaceva anche ad Andrea ven…”
“Andrea? Anche lui è stato qui?”
“Certo. Perché me lo chiedi? Non posso invitare un amico in un bel posto? Non sarai mica geloso?”
Hans farfugliò qualcosa, preso com’era da tutt’altri pensieri. Stava cercando di ricostruire mentalmente qualcosa di più concreto rispetto al poco che fino a quel momento era riuscito a scoprire. Ma era continuamente interrotto dal pazzesco silenzio che aleggiava sul lago e che ne increspava dolcemente le onde. Jasmine. Andrea. Ruben. La barca sul lago. La rissa. Le visioni di Jasmine. La cava di Carpineto. Paola. La barca. Paola. Il nome di Paola sulla barca. La barca si chiamava P. Habib, se ne era accorto solo ora. E solo ora si era reso conto che le due gemelle avevano il cognome della madre.
Stavano raggiungendo la sponda opposta del lago, ma Hans non riusciva a distinguere nulla del paesaggio che gli si parava davanti.
“Jasmine, perché la barca ha il nome di Paola?”
La ragazza ebbe un’esitazione, ma sorrise.
“Semplice, un piccolo regalo di Ruben per la sua gemellina preferita”.
Fine puntata