Capitolo XVII
Alla Mia Piccola
Una strana tranquillità. Un dolce senso di protezione. Non se lo sarebbe mai aspettato.
“ Non ho nulla da temere, adesso. Ci sei tu con me. E tutto si risolve, si può rimediare a tutto. Quel giorno in cui sei scomparsa, ho sentito un vuoto tale che… credevo di essere morta. Credevo che la mia vita, che eri tu, sarebbe stata solo un niente, un bianco mattino ed una pallida sera, credevo che non avrei più sentito freddo, che non avrei più provato dolore, che non avrei più sentito pulsare il sangue nelle vene. Semplicemente, si era spenta la scintilla. Ed ero un corpo senz’anima.”.
La penna esitò un attimo infinito. Si rivide sperduta nel proprio deserto di carta, nel bianco vuoto senza tempo. Lo sfidò ancora, e vinse. Sempre con più coraggio. Le dita dalle unghie perlate la guidavano. Sapeva dove andare.
“Ma adesso che rinasci in me, Paola, adesso che mi parli, so che saremo insieme per sempre. Adesso so cosa fare. Io.. riesco a mentire. Mi vesto come te. Ho cominciato a indossare anche le tue scarpe, quelle con il tacco alto. Ho rubato. Parlo con gli uomini senza arrossire. Me li porto a letto. Ruben direbbe che ho fatto notevoli progressi. In una delle vecchie sedute, mi diceva che avrei potuto scoprire una nuova me. Che avrei potuto essere diversa da te, avere una mia personalità, che avrei potuto ballare, parlare, muovermi, amare anche meglio di te, in un modo tutto mio. Ma lui non ha un gemello. Lui non sa cosa vuol dire, essere separati solo da un velo, un errore del corpo di nostra madre. Noi siamo una persona sola adesso. Non potrebbe essere altrimenti. A tutto c’è rimedio. Dobbiamo ringraziare il nostro angelo custode, sai. Io e te Paola , io e te…per sempre.”.
Gli occhi della ragazza scorsero più e più volte la pagina, le dita che accarezzavano il bordo del foglio. C’era una vita, lì dentro. Piegò con cura la lettera, e la protesse in una busta bianca.
“Alla Mia Piccola” .
E’ tardi, pensò. Era già stato difficile lasciare il lago, la notte precedente. Poi, nelle sue condizioni… Hans sicuramente l’avrebbe sgridata. Ma non poteva andare altrimenti. Non era solo per il suo bene, ma anche per quello di Andrea. Povero ragazzo, anni di psicofarmaci…Estrasse dallo zaino le copie della cartella clinica del suo angelo custode. Non sarà facile decifrare la scrittura di Ruben, si disse. Ma forse posso capire cos’è successo.
Il tempo scorreva lento, e il silenzio della notte sembrava nasconderla agli occhi del mondo. Sotto una coperta, sdraiata nel letto di un accogliente stanzetta d’albergo, Jasmine sfogliava quella confusa accozzaglia di appunti. “ E se qualcuno psicoanalizzasse lei, dottore?” mormorò sorridendo. Poi, di colpo, una frase. E qualcosa riaffiorò.
“Buongiorno, Dottoressa Habib. Dunque queste sono le Sue splendide figlie?”
“ La ringrazio, dottor Lukes. Sì, sono loro…”
“Mi diceva che hanno bisogno di...”
“ Sì, vede, ho l’impressione che abbiano bisogno di fare due chiacchiere con lei. Avanti, voi due, presentatevi… non vi ho proprio insegnato niente?”
“Buongionno dottoe… io mi chiamo Paola”
“No non è veo. Cattiva! Mamma Jammin è cattiva. ”.
“Jasmine! Ti ho detto di presentarti come si deve”.
“Senti Ruben, ora che le bambine sono di là… Siamo colleghi da tanto tempo, sii sincero…Che ne pensi?”
"Ecco, Paola ha una personalità piuttosto complessa, e già in parte sviluppata. E’ molto intelligente per la sua età. Ma quella che dovrò studiare di più probabilmente è Jasmine. Senza offesa, sai quanto ti voglio bene, ma gente come noi che ama questo lavoro, non può stare ventiquattro ore su ventiquattro e casa, e …”
“Vuoi dire che ho trascurato mia figlia?”
“Non dico questo, è che…quando la bimba viene sgridata dalla sorella, rivive con lei il rapporto che ha con la madre, perché le manca, non c’è, e.. si sviluppa una specie di transfert. Così la sorella diventa una sorta di modello, su cui basarsi per crescere, per sviluppare la propria personalità. Ma devo ancora lavorarci su, la teoria del trensfert non spiega proprio tutto… non spiega tutto fino a questo punto. Però è da poco che le vedo.”
“Sai, io cerco di tenerle a bada, ma so che Paola è abbastanza aggressiva con lei.. non vorrei che si stesse sviluppando..”
“Lo so, lo so, anch’io sto cercando di escludere una Stoccolma. Ma con pochi mesi di terapia ancora non posso … ”.
“Oddio Jasmine.! Non scappare vieni qui! Vieni…! Ruben, era dietro la porta, credo ci abbia sentiti..”
“Dove sei stata tutta la notte? Avanti DIMMELO!” “ No, mamma, questa è la mia vita!” “ No, finché stai sotto questo tetto, signorinella! Ma insomma, questo non è da te! E poi ormai sei grande, hai diciassette anni! Non voglio che diventi come Paola, è tua sorella che ti ha insegnato così?” “Noo, sempre di Paola ti preoccupi, mai di ME! E poi guarda questi lividi, non mi hai neanche chiesto chi sia stato!” “Oddio, bambina, ma che ti succede?” “Che mi succede lo sa solo Andrea. Lui mi aiuta. E TU NO!!!!”
Per un attimo Jasmine chiuse gli occhi. Povera Paola, quante colpe ingiuste le aveva dato. In fondo, senza di lei non avrebbe mai imparato a vivere. Ma adesso avevano fatto pace.
Si toccò il ventre, piano… Sorrise appena. “Tra pochi mesi l’ecografia dirà che sei una bambina. D’altronde, io so già, non potrà che essere così. Hans ne sarà così felice…Ci è sempre stato accanto, ha rischiato tutto per noi, per te…Ti ama tanto, me lo ha detto lui. Piccola Paola, adesso dormi… e rinasci in me”.
Fine puntata
Capitolo XVI
Il Burattinaio
Il respiro si stava normalizzando. Si toccò le tempie e sentì ogni battito cardiaco mescolato all’altro nella smania di raggiungere il precedente.Una marmellata oleosa di pulsazioni, come quella che sembrava aver invischiato il suo passato. Si fece forza ( Un’altra liquirizia, una sola, coraggio Andrea) e ripartì alla scalata come se non avesse altro obiettivo.
Non c’era effettivamente altro modo di giungere inosservato al rifugio se non quello di risalire la scarpata che si innalzava alle sue spalle. Come Jasmine gli aveva insegnato una volta che l’aveva portato nel bosco.
La parte più dura fu attraversare la cantina, dove si celavano i resti indigeriti del sogno di Jasmine e Paola. Finalmente avrebbe rivisto Jasmine, era sicuro di trovarla lì.Doveva parlarle, vederla di nuovo. Lo smacco del Maresciallo gli bruciava troppo, e soprattutto doveva avvertire Jasmine che la polizia la stava cercando e aveva fatto irruzione in casa sua.
Si fermò in tempo, sulla porta del soggiorno. Due voci maschili provenivano dall’interno. Dov’era Jasmine? Riconobbe prontamente la voce di Hans che invitava ad accomodarsi sul divano un’altra persona, evidentemente appena arrivata. Andrea guardò fuori dalla finestra, preoccupato di vedere parcheggiata una volante dei carabinieri. No, nessuna volante. Purtroppo per lui di fronte alla casa c’era il fuoristrada di Lukes.
“ Sono contento che sia venuto qui dottore… avevo bisogno di parlare con lei…” Sentì dire ad Hans
“ La mia visita sarà piuttosto breve “ Disse con voce untuosa Lukes
“ Lo so che non dovrei chiederglielo dottore…” Lo interruppe Hans “ ma queste ricadute di Jasmine… sa sono un medico anch’io..”
Lukes rise tra sé col suo solito timbro gutturale che lanciò una scarica elettrica giù per la schiena di Andrea.
“ Si trattava solo di fare un aggiustamento terapeutico, l’ipoalimentazione di Jasmine nei tre giorni precedenti alla visita ha compromesso l’assorbimento , o molto più probabilmente l’assunzione stessa degli antipsicotici, da me prescritti. Sono comunque cinque anni che Jasmine segue la sua terapia senza inconvenienti,lo considererei un risultato soddisfacente.”
Quell’uomo non era uno psichiatra , ma piuttosto un cinico chirurgo della mente.
“ Veniamo a noi. Come le ho detto per telefono Jasmine quando è venuta a visita si è portata via –per sbaglio- una cartella di un altro paziente. Sono venuto per riprenderla.”
“ Certamente” Rispose Hans prendendo la cartella dal mobile “ Ecco…”
Si interruppe. Andrea era entrato nel soggiorno e fissava Lukes.
“Andrea, ma guarda un po.’” Lo sguardo di Lukes si illuminò.
Hans potè giurare di sentire il cuore di Andrea battere nella stanza.“ Che diavolo succede…?”
Il Dottor Lukes sorrise mostrando una dentatura aguzza da squalo
“ Si è meritato di sentire una storia interessante dottor Meyer. Cinque anni fa durante uno studio sulla schizofrenia rimasi sconcertato quando due pazienti asserirono di avere visioni entrambi della stessa ragazza. Avevo fatto la scoperta psichiatrica del secolo…”
“ Basta dottor Lukes” Balbettò Andrea.
“ Capisce? Due pazienti che vedevano la stessa identica persona! Un paziente era Jasmine ovviamente, che riferiva di vedere la sorella… L’altro invece era un ragazzo con evidenti problemi di adattamento, irascibile , violento. Solo Jasmine sembrava tranquillizzarlo. Jasmine rispose bene alla terapia ma l’altro paziente sparì. Fuggì dall’ospedale una notte. Tempo dopo venni a sapere che si era reintegrato nella società iniziando una nuova vita….”
Hans Impallidì. Il nome scritto sulla cartella che teneva in mano era quello di Andrea Scarpi.
“ Allora Andrea come te la passi col tuo nuovo lavoro da bibliotecario? È un peccato che tu non sia rimasto con noi…
“ Se raccontassi cosa mi facevano là dentro non ci crederebbe Dottor Meyer, quest’ uomo ci sta manipolando tutti… è un burattinaio! “ Andrea Mandò giù un’altra liquirizia. Le mani gli tremavano vistosamente.
“ Andrea non dovresti mangiare tutte quelle liquirizie… la tua pressione sarà a livelli stratosferici…”
“ La smetta Dottor Lukes”
“ A proposito…. Come sta Paola? Ti ha perdonato quello che le hai fatto….?”
Andrea saltò in aria come una caldaia in ebollizione. Afferrò il Dottor Lukes per il collo e lo scaraventò sul pavimento. Anche dopo le torture subite la sua forza rimaneva pur sempre spaventosa. La valigetta di Lukes si rovesciò e assieme ai documenti saltò fuori una pistola. “ …Meyer…..Spari..spari!” Urlò Lukes con un filo di voce. Hans raccolse l’arma al volo, caricò, mirò ad Andrea e….
La volante dei Carabinieri sgommò nello spiazzo davanti al rifugio e si arrestò. Avevano fatto presto. Hans corse fuori sollevato. Aveva capito subito che c’era stato qualcosa di strano nel comportamento di Lukes,. Era strano che uno psichiatra che conosceva Andrea come un paziente violento lo avesse provocato così apertamente …così all’ultimo momento si era limitato a tramortire Andrea col calcio della pistola. Ora entrambi aspettavano in casa.
Dalla Volante la figura di Vandelli si stagliò sul cielo azzurro. Hans gli corse incontro “ Maresciallo, meno male che siete arrivati vi ho chiamati appena…” Si Bloccò. Il Maresciallo lo stava fissando con uno sguardo che gli fece abbassare la temperatura di venti gradi. Si guardarono per un istante infinito.
La forza che Vandelli mise in quello sganassone sorprese anche Hans. Un diretto alla guancia sinistra che lo aveva spedito nella polvere, su cui ora stava sputando sangue.
“CHE CAZZO FAI MEYER ?!” urlò Vandelli
Hans sentì il peso della vergogna su di sé, non osò guardare in faccia Vandelli. Intanto Manetti e Moroni stavano portando fuori Andrea e Lukes che parlava al cellulare.
“ Spenga subito quell’affare, lei viene in centrale con noi dottore” Intimò Vandelli
“ Lo immaginavo “ Sorrise soddisfatto Lukes chiudendo la conversazione.” Per questo ho avvertito il mio avvocato”
Vandelli prese per il bavero Hans e lo trascinò in macchina. “ Con te farò i conti più tardi…”
Il Rifugio fu perquisito a lungo. Ma di Jasmine nessuna traccia.
Capitolo XV
Caffè amaro
Un'altra dura giornata di lavoro stava ormai volgendo al termine.
I telefoni della stazione dei carabinieri squillavano freneticamente come a voler aumentare il mal di testa del Maresciallo Vandelli mentre ,assorto dalle sue preoccupazioni , beveva l’ennesima tazza di caffè. Decaffeinato(anche se lungo), era già abbastanza nervoso.Senza zucchero, sua moglie si era raccomandata tanto ”Piero niente zucchero che poi lo senti tu il dottore!”.
Solo un pò di latte scremato per far sì che sia la bevanda sia la giornata gli sembrassero meno amare.
La scrivania sommersa dai fogli. Uno di essi , l’elenco dettagliato di tutti gli oggetti più o meno rilevanti rinvenuti a casa della sospettata scomparsa. Il Maresciallo la stava minuziosamente rileggendo da ore in cerca di un indizio, un particolare a cui non aveva fatto caso o a qualsiasi tipo di pista da seguire per ritrovare la ragazza.
Finendo con un ultimo e rapido sorso ciò che era rimasto del suo caffe , gli torno alla mente l’ultima volta che aveva visto Hans . Anche in quell’occasione stavano bevendo caffe , nel bar di fronte all’ospedale ma dopo quel giorno non lo aveva più sentito.
Ormai erano passati tre giorni da quel fatidico pomeriggio, e due settimane da quell’ omicidio così cruento.Ancora non erano riusciti a cavare un ragno dal buco. Possibile che si fossero tutti dileguati nel nulla ?! Per quanto ne poteva sapere Piero la ragazza poteva aver fatto la fine della gemella.
L’emicrania che stava accusando stava per raggiungere l’apice quando fu interrotto dal giovane carabiniere Manetti che, chiamandolo appoggiandosi con una mano alla sua spalla, lo aveva fatto sobbalzare.
-“Avevi bisogno Manetti?!”-esclamo Vandelli con ciglio inarcato e tono quasi minaccioso.
Alla reazione del superiore il giovane, intimorito, fece un passo indietro e con aria spaventata e voce timorosa rispose:
-“ Mi scusi signore ma sono appena arrivati i risultati della perizia della foto che aveva portato al laboratorio. Dalle posizioni collinari circostanti i soggetti e dai vari riferimenti geologici possiamo affermare che si tratti della riva di un lago, per essere ancora più esatti nei pressi di Berna. Non è tutto. Da un indagine incrociata abbiamo appreso che in un paese adiacente, che si trova appunto a costeggiare un lago, si trovi il precedente domicilio delle gemelle Habib. La casa ,che è tuttora lì, è passata di proprietà alle sorelle dopo la morte della signora Habib risalente a quattro anni fa.”-
-“ Non sapevo fossero orfane di madre. La causa del decesso?”-
-“ Misteriosa tuttora. Il caso fu archiviato come suicidio.La vittima venne rinvenuta morta annegata nel medesimo bacino ma il corpo presentava lesioni e contusioni su tutta la superficie ed il medico legale affermò con assoluta certezza che fossero precedenti alla morte.”-
Al suono di quelle parole l’espressione del volto del maresciallo cambiò da minacciosa a incredula per poi diventare quasi irritata da tanti pensieri. Si alzò dalla sedia con fare quasi pigro, fece due passi avanti e indietro ruotando su se stesso sfilando davanti al sottoposto che lo osservava incuriosito. Si fermò dando le spalle.
-“C’è altro …che devo sapere?”-
-“No signore. I tabulati dell’apparecchio della ragazza arriveranno a momenti via fax.”-
Detto questo Vandelli gli fece segno di ritirarsi agitando la mano sinistra. L’agente Manetti tornò sui suoi passi e si rimise alla sua solita postazione, il maresciallo invece, dopo essersi assicurato con altri due passetti di essersi sgranchito le gambe, si riaccomodò sulla sua sedia e guardando il suo orologio da polso cominciò a pensare alla sua casa, alla moglie che lo aspettava per cenare( con pietanze semi-prive di sale per via della pressione), alla figlia che lo avrebbe implorato per non guardare sempre i telegiornali alla televisione.
Erano queste le cose di cui si sarebbe voluto preoccupare e invece era ancora lì. In ufficio. Con un caso tra le mani che ogni giorno si faceva sempre più complesso.
Attualmente l’unica pista da poter tentare era quella di indagare nella città natale della ragazza. In fondo c’era una remota possibilità che dopo la fuga dall’ospedale si fosse rifugiata là.
Si rialzò ancora, scostando la sedia con fare noncurante, per poi riavvicinarla alla scrivania.
Impilò i fogli e le carte che aveva sparso in una colonna senza senso logico sistemandola poi sulla sinistra, proprio accanto alla foto che lo ritraeva con la famiglia al completo incorniciata su del legno chiaro. Prese la tazza del caffè amaro per poterla rimettere a posto ed in quel mentre fu richiamato dal rumore della stampa del fax della compagnia telefonica.
La lista era piuttosto lunga ma i numeri erano sempre gli stessi .
In quel momento la mano del maresciallo lasciò la presa della tazza che cadde a terra andando in pezzi. Due numeri spiccavano nell’elenco, composti molte volte e di recente. Il primo era quello dello psichiatra Lukes Ruben.
L’altro Vandelli lo conosceva bene. Il numero di cellulare del medico legale Hans Meyer.
Fine puntata.
Capitolo XIV
Matronimico
Hans, sebbene dovesse impegnarsi a fondo per fronteggiare le intemperanze della sua coscienza, stava cominciando ad accettare l’idea di aver preso una colossale sbandata. Ma non era un cretino: capiva benissimo di essersi cacciato in un enorme guaio accompagnando Jasmine dal dottor Lukes. Capiva altrettanto bene che l’essere stato cortesemente invitato ad accomodarsi fuori durante la visita era, specie da parte del collega, un’ovvia precauzione per non spiattellare a uno sconosciuto informazioni che avrebbero potuto alimentare sospetti su di lui e sulla sua paziente, indipendentemente dalla vicenda di Paola. Jasmine comunque lo aveva rassicurato: gli avrebbe raccontato tutto appena uscita da quella stanza.
Ruben Lukes comunque non lo convinceva fino in fondo: il profilo aguzzo del mento, accentuato da una barbetta incredibilmente folta, il taglio degli occhi vagamente orientale, il timbro della voce così singolare, con quella pronuncia arrotata di molte consonanti, gli suggerivano l’immagine di un uomo ambiguo, avvezzo a manovrare nell’ombra. No, quell’impressione non poteva essere dettata solo da quella che volgarmente si sarebbe detta un’acerba gelosia per Jasmine. No, Ruben Lukes c’entrava qualcosa con l’omicidio di Paola.
Si era turbato ancor di più quando li aveva visti uscire: Jasmine era insolitamente radiosa, pervasa da un’euforia che strideva con l’austero grigiore dei muri e dell’arredo; Ruben Lukes invece aveva appena abbozzato un saluto ed era corso via, apparentemente molto indaffarato.
Jasmine non aveva mantenuto la promessa e Hans non ci aveva chiuso occhio. Lei, accarrezzandolo e baciandolo a più riprese, lo aveva maliziosamente persuaso ad aspettare la mattina successiva.
“E’ troppo importante, ho bisogno di parlarne in un luogo tranquillo” gli aveva detto.
“Più tranquillo di una camera d’albergo dove non ci conosce nessuno?”
“Sì, un posto speciale”
Il posto speciale non era lontano dalla città, lo si raggiungeva comodamente percorrendo una trentina di chilometri in autostrada. Il posto speciale era un paesino affacciato su un lago, sicuramente meno celebre e più piccolo di altri bacini limitrofi, ma non per questo meno suggestivo. Hans parcheggiò la macchina non lontano dal piccolo porticciolo e, con galanteria, andò ad aprire la portiera a Jasmine che lo ringraziò con un bacio appassionato. L’aria era mossa da un vento fresco ma gradevole.
Jasmine gli fece cenno di seguirla: la vide puntare con decisione verso una delle piccole barche ormeggiate. Hans non si intendeva di nautica, ma non gli fu difficile notare come quella piccola imbarcazione avesse già i suoi anni: il ponte un po’ consunto, le finiture piuttosto rozze, la cabina di pilotaggio dalla sagoma squadrata. Perché lo aveva portato fin lì? Che segreto era nascosto in quel posto così placido e silenzioso? Pochi minuti dopo, ma al dottor Meyer sembrò che fossero passati decenni, la riva era già lontana.
“Sai Hans, con questa barca ho fatto tante di quelle gite…”
“Venivi sempre qua dopo le sedute da Ruben?”
“Non solo, anche prima… a volte anche durante…”
Hans riflettè su quella frase: voleva forse dire che il dottor Lukes la seguiva nei suoi spostamenti? O erano le proiezioni distorte della mente di Jasmine, che confondeva sogno e realtà?
“Come passavate le giornate?”
“Oh, ci divertivamo un sacco! Ruben è un tipo brillante sai? E’ pieno di idee, sa sempre come stupirti, piaceva anche ad Andrea ven…”
“Andrea? Anche lui è stato qui?”
“Certo. Perché me lo chiedi? Non posso invitare un amico in un bel posto? Non sarai mica geloso?”
Hans farfugliò qualcosa, preso com’era da tutt’altri pensieri. Stava cercando di ricostruire mentalmente qualcosa di più concreto rispetto al poco che fino a quel momento era riuscito a scoprire. Ma era continuamente interrotto dal pazzesco silenzio che aleggiava sul lago e che ne increspava dolcemente le onde. Jasmine. Andrea. Ruben. La barca sul lago. La rissa. Le visioni di Jasmine. La cava di Carpineto. Paola. La barca. Paola. Il nome di Paola sulla barca. La barca si chiamava P. Habib, se ne era accorto solo ora. E solo ora si era reso conto che le due gemelle avevano il cognome della madre.
Stavano raggiungendo la sponda opposta del lago, ma Hans non riusciva a distinguere nulla del paesaggio che gli si parava davanti.
“Jasmine, perché la barca ha il nome di Paola?”
La ragazza ebbe un’esitazione, ma sorrise.
“Semplice, un piccolo regalo di Ruben per la sua gemellina preferita”.
Fine puntata