Un angelo
-Maresciallo, forse abbiamo trovato qualcosa. Dia un’occhiata qui.
Lo schermo del computer emanava una luce azzurrastra. Nella stanza buia, nel mezzo del commissariato deserto, essa riusciva ad illuminare solo un volto stanco e pallido, simile ai fogli stropicciati sparsi sulla scrivania.
- E’ roba recente. Sembra che la ragazza si stesse dando daffare.
- Quale delle due?
-….
“Ciao. Il mio nome è Jasmine.” Un sorriso dolce sul monitor lo fece sobbalzare. “Ho vent’anni, e sono una ragazza allegra ed estroversa. Amo gli animali, fare viaggi, conoscere gente nuova… Faccio danza da quando avevo tre anni e..
“Bene, Jasmine, adesso girati lentamente.” Una voce maschile fuori dal campo . La ripresa si spostò sui suoi fianchi e sulle sue gambe, che si incrociarono poco prima di un’elegante giravolta. Meglio lasciar perdere il caffè. Piero allontanò dalla bocca la tazzina, rapito dalle immagini. Sorpreso. Fino all’incredulità.
“ E cosa vorresti fare, Jasmine ? Nella vita intendo”.
“ Beh, molti dicono che sono bella. Mi piace essere guardata, e adoro sedurre”.
La telecamera, che era lentamente risalita, inquadrava adesso la nuova posa della ragazza. Il vestito leggero la avvolgeva morbidamente. Risaltava una bellezza sottile, raffinata, seppure in abiti succinti, che ben si intonava al salotto finemente arredato in cui si trovava. Un sorriso malizioso aveva attirato l’indiscreto occhio della telecamera fino ad un primo piano. Una luce particolare si era accesa negli occhi della ragazza, dipingendola adesso come una donna attraente, consapevole del potere del suo fascino.
Piero stentava a riconoscere in quella figura così… sicura, adulta, la fanciulla spaventata che aveva chiesto il suo aiuto. Le lacrime che aveva versato durante il loro colloquio, assomigliavano più a un pianto di bambina. Eppure... la discussione si era accesa molto quando si erano soffermati sulle somiglianze con la gemella. Un rossore più vivo, che aveva colorato le sue guance, aveva tradito più volte un nervosismo che tuttora rimaneva inspiegato. Dall’ingenuità delle sue risposte, ogni tanto affiorava una punta di irritazione, che subito celava con una delle sue espressioni meravigliose da adolescente. Aveva visto più volte persone sconvolte comportarsi così- è normale, aveva pensato, ha appena perso una persona cara- ma sotto quelle luci, in quel vestito, con quelle parole di velluto che scorrevano…
“..e no, non sono fidanzata. Non ho ancora trovato l’uomo che fa per me”.
“Chissà.. magari non te ne sei accorta ed è già lì accanto a te…. Ok, basta così per oggi”.
Le immagini vennero deformate da un rapido movimento. La telecamera , poggiata da qualche parte. L’obbiettivo, chiuso da un coperchietto. Lo schermo adesso era nero, e Piero sentiva come di risvegliarsi da una realtà sconosciuta. Un angelo con un passato misterioso e chissà quali ambizioni. Adesso poteva controllare se ..
-Maresciallo, non se ne vada. Si perde la parte più interessante.
In effetti, il mormorio dei rumori di fondo non era cessato.
Voci lontane si indovinavano appena. Si percepiva un dialogo a una certa distanza dal microfono ancora in funzione. Un uomo e una donna, intimamente complici. Qualche risolino malizioso, e la voce più calda e avvolgente di lui, sembravano rincorrersi e sfuggirsi.
-Siamo stati piuttosto bravi nel ricostruire questa parte. E poi non ci venga a dire che deve fare sempre tutto da solo!!
Il sorriso compiaciuto e disinvolto del giovane collega, non riuscì a scuotere la tensione di un uomo che era fin troppo coinvolto, intrigato, senza neanche sapere il perché, e in barba a tutti gli anni di esperienza che si era fatto nell’Arma.
-Allora? – disse, non nascondendo una certa impazienza.
-Ecco, maresciallo.
“Eri fantastica. Tutte le volte che ti ho ripreso.. fai davvero girare la testa!” “Hai finito di lusingarmi?” “Non fin quando non avrò ottenuto quello che voglio”.Una lunga pausa. Poi, la voce maschile si fece più vibrante e profonda “Jas, sai davvero come far impazzire un uomo… . .ma sei sicura di voler arrivare fino in fondo a questa storia?”
“e tu sei sicuro …..di non poter usare... le tue labbra…. in modo migliore..”
Fine Puntata
-Eva-
Capitolo V
Da Conservare a -18°C
Fu il ticchettio ritmato della pioggia a risvegliarlo.Evidentemente il sonno ad un certo punto era finalmente giunto. Nonostante sentisse la fatica prostrarlo ,ad un ora imprecisata del mattino, Hans si stava ancora rotolando senza pace tra le lenzuola .Il suo cervello era una grande fucina, tra la confusione dell’attività corticale che gli impediva di rilassare i muscoli, l’ipereccitabilità dei suoi neuroni sensitivi, che ingigantivano qualsiasi stimolo proveniente dall’esterno sottraendolo all’anestesia del riposo, e soprattutto il ronzare, simile a quello di un freezer, dei suoi processi cognitivi. Quel dolce pulsare ritmico dei neuroni pontini alla fine aveva sovrastato tutto quel marasma, generando un sonno ristoratore.
La macchinetta del caffè iniziò a canticchiare in coro con la pioggia che batteva sul tetto di metallo della casa di fronte. Possibile che debba sempre piovere? Non doveva aver dormito molto ma in modo saporito. Al contrario del caffè che finì nel lavello dopo alcuni sorsi biascicati tra le labbra schifate. Aveva sognato. Ma non riusciva a ricordarsi cosa. Preferiva pensare che le parole di Vandelli fossero un sogno. La ragazza è schedata. Continuava ripetere. Schedata. La ragazza. Schedata. La.
E riprese a rimuginare anche mentre faceva la strada verso il suo ufficio.
La sua mente forse in quello stato sembrava proprio un freezer che ronzava a vuoto tentando di congelare le proprie preoccupazioni, per non pensarci più. Vanamente.
Per un attimo al lavoro la Routine sembrò sopraffarlo ma ancora covava il bisogno di scendere a fondo in quella matassa.Per tutta la mattinata comunque continuò a interrompersi tutte le volte che qualcuno passava davanti alla porta, sperando fosse Vandelli. Solo verso mezzogiorno il calendario di fronte a sé arrivò a ricordargli che quello era il giorno libero di Vandelli. Senza nessuno da aspettare il lavoro si fece più pesante e monotono. Si rilesse un numero improponibile di volte il referto autoptico che aveva stilato, cercando di aggiungervi ogni volta qualcosa, e ogni volta convincendosi sempre più che il suo lavoro era finito lì. Semplicemente era un medico legale, non un agente di polizia .Forse tra qualche mese Vandelli, nel mezzo di una normale conversazione al bar se ne sarebbe uscito con “ A proposito, ti ricordi il caso della ragazza uccisa nella cava? È stato risolto” Valeva a dire :archiviato. Punto e chiuso. Intanto stamani sul tavolo delle autopsie c’erano già il corpo di un ragazzo morto di overdose e un aspirante suicida particolarmente fortunato. Il lavoro e la vita andavano avanti. Più o meno.
Verso le sei si era talmente abituato al silenzio che lo stridio della frenata lo fece sobbalzare. Così aprì la finestra e si affacciò. L’ennesimo ragazzino che aveva fatto rotolare una palla in mezzo alla strada, facendo inchiodare una macchina. Grazie a Dio era stato abbastanza accorto da non seguire il pallone. Scotendo la testa richiuse la finestra . Si passò una mano tra i capelli.Solo allora si rese conto che fuori aveva smesso di piovere.
Così improvvisamente la testa smise di ronzare. Si voltò e rivide nei suoi pensieri Jasmine, inginocchiata nel mezzo della stanza.Ripercorse con la mente il profilo della ragazza, muovendo la mano davanti a sé nell’aria . Nel momento. Esatto. In cui. Le aveva. Sfiorato. I capelli. Asciutti.
Troppo sconvolto dal fatto di riconoscere nella persona che era in ginocchio di fronte a lui la stessa ragazza che giaceva sul tavolo dissettorio,non aveva pensato a questo dettaglio.I suoi capelli erano asciutti. Ora che poteva vederla di fronte a sé con più calma recuperò dal suo inconscio che anche i vestiti, le mani e il volto della ragazza erano asciutti.Assieme al ghiaccio nella sua testa parvero sciogliersi molti altri nodi. La ragazza doveva essere lì dentro da parecchio tempo, almeno prima che iniziasse a piovere. Non poteva essere andata lì semplicemente per fare una denuncia. Gli venne in mente che fosse venuta proprio a cercare il suo aiuto, che sapesse fin dall’inizio che era successo qualcosa. Che magari sapesse già che la sorella era stata uccisa e che aspettasse che lui avesse finito quella autopsia.
Tutto questo nato solo da una ciocca di capelli asciutti, un dettaglio così insignificante da essere sfuggito anche a Vandelli.Forse era davvero una cosa insignificante. Forse era solo una scusa per rivederla. Forse era meglio parlarne con Vandelli.
Forse era meglio non pensarci due volte. Raccolse le sue cose ed uscì, dimenticandosi ovviamente l’ombrello, dato che non pioveva più.
“ Dottor Meyer , già a casa stasera?” Lo stuzzicò amichevolmente un agente vedendolo uscire
“Ho da fare. Devo sbrinare il Freezer” disse semplicemente.
Capitolo IV
Senza antidoto
Fu una nottataccia quella che il dottor Meyer passò dopo aver dovuto, con immane fatica, paragonabile solo a quella che un ramo vecchio impiega per non schiantarsi sotto un vento indiavolato, spiegare a Jasmine che era sua sorella, la sua gemella, quella piccola forma stesa sul tavolo settorio e che la morte aveva reso ancor più eterea, vetrina. Jasmine lo aveva più volte implorato di dirle che non era vero, che era solo un incubo terribile, ma alla fine aveva acconsentito al riconoscimento del corpo e se ne era andata apparentemente più calma.
Doveva essere stata una brutta notte anche per il maresciallo Vandelli, si disse Hans, osservandolo entrare nel ristorante in cui si erano dati appuntamento. Il volto del maresciallo gli parve segnato, oltre che dalla stanchezza, da un sottile malessere, un dolore soffocato a stento. Non mangiarono granchè, presi com’erano a ragionare sui timidi sviluppi che la vicenda, ora che quel cadavere aveva un’identità, stava prendendo. Vandelli aveva deciso di fare subito qualche domanda alla gemella: Hans in parte disapprovava, ma sapeva che dietro la strategia del maresciallo non c’era brutalità né mancanza di tatto; piuttosto un desiderio, un bisogno di purificare, di lavare le ferite inferte dalla morte nell’anima di chi perdeva una persona cara. L’espressione terrea dell’amico comunque non preannunciava buone nuove.
“Allora, Piero, che ti ha detto? Nulla d’interessante?”
“No anzi”
“Racconta allora!”
Vandelli spiegò al dottor Meyer che aveva chiesto a Jasmine informazioni sul carattere della sorella, sulle sue abitudini, sulle sue passioni, oltre a ricostruire schematicamente gli ultimi giorni di vita di Paola. Il maresciallo era rimasto particolarmente colpito da tre cose, che si era come di consueto appuntato sulla sua inseparabile agendina.
La prima era la questione dei nomi, che anche ad Hans era parsa da subito strana: perché ad una gemella era stato dato un nome così comune e all’altra così esotico? La risposta stava nelle origini della madre, che era nata in Turchia, in un paesino affacciato sul Mar Nero, poco lontano da Trabzon, l’antica Trebisonda, e che aveva voluto dare un nome arabo ad almeno una delle figlie. Il richiamo alla misteriosa città mercantile, capitale del regno che i Greci chiamavano Ponto, distrasse il dottor Meyer, che volò col pensiero al sovrano più noto di quelle terre, quel Mitridate celebre per essersi immunizzato dai veleni assumendone quotidianamente piccole dosi. Hans sorrise d’amarezza, constatando come quella povera ragazza invece non avesse potuto difendersi dalle tossine sprigionate dalle mani e dal cuore del suo assassino. I decisi colpi di tosse del maresciallo Vandelli, a cui era andato di traverso un boccone, lo riportarono giù dalle nuvole.
La seconda cosa che l’amico si era annotato era l’insistenza con cui Jasmine aveva messo in evidenza ciò che, nonostante i legami tra gemelli fossero il più delle volte molto stretti, lei e Paola non avevano in comune: se quest’ultima amava i viaggi, in cui si tuffava senza pianificare nulla o quasi, la prima era meticolosa nell’organizzare i suoi spostamenti; se quella era il ritratto dell’espansività, questa era più riservata e composta; se l’una amava tatuaggi e piercing, l’altra ne faceva volentieri a meno. Unico vezzo che si erano concesse in comune, la cavigliera che Jasmine portava sempre addosso e che invece, notò Hans recuperando frammenti di memoria dell’autopsia, Paola non aveva più. Evidentemente l’uomo che l’aveva così orrendamente uccisa aveva avuto anche l’accortezza di togliergliela quando l’aveva legata.
Il dottor Meyer si pulì con un gesto rapido e garbato la bocca col tovagliolo, in attesa dell’ultima nota che Piero Vandelli avrebbe dovuto comunicargli, ma lo vide esitare. Una luce cupa percorse gli occhi del maresciallo, nel silenzio brulicante di voci del ristorante. Hans capì di essersi sbagliato: non erano né di dolore, né di stanchezza, le orme lasciate sul volto dell’amico. Era preoccupazione, timore nei confronti di qualcosa di veramente serio.
“Piero, tutto ok? Hai perso la voce?”
“Scusa, è che stavo pensando che dovremo scavare a fondo non solo nella vita della vittima, ma anche tutto intorno…”
“Spiegati meglio”
“Ho fatto qualche controllo dopo la chiacchierata con Jasmine…”
“E hai scoperto che…”
Hans Meyer si preparò al colpo, ma non gli fu sufficiente.
“La ragazza è schedata”.
Fine puntata