mercoledì, 28 marzo 2007, ore 15:06

Ultimamente ho trascurato il blog ed è inutile dire che mi dispiace non poco.
La colpa è tutta degli esami che faticosamente sto cercando di superare, ottenendo molti insuccessi ed insipidi successi. Poi forse a causa di una strana congiunzione astrale mi sento sempre stanco e molto pigro; non sono superstizioso nè mi intendo di queste cose, ma non vedo una spiegazione razionale. Inoltre è enormemente più facile attribuire ad una sorte avversa la responsabilità di ciò che mi accade ogni giorno; decisamente più impegnativo è ammettere che la ragione di tutto ciò sia da ricercare in me stesso soltanto.

Torno a farmi sentire dopo molto tempo, con un post riguardante quello che ho fatto oggi. Alle 10.30 di stamattina (circa) ho ottenuto il sospirato voto in Malattie Infettive, non lo voglio pubblicare perchè è vergognosamente basso; quello che importa è che anche questo ostacolo è superato e un solo esame mi separa dalla verbalizzazione dell'odiata SMC1 (Specialità Medico-Chirurgiche 1; esame combo con Gastroenterologia, Endocrinologia, Reumatologia, Malattie Infettive e Chirurgia Intersistemica). L'esame di Chirurgia lo sosterrò con calma, devo inviare una mail al prof; nel frattempo comincerò a studiare Farmacologia, un esame impegnativo e che voglio fare bene.

Quanto alla prova di oggi, non voglio entrare nei dettagli. Vi basti sapere che ho avuto buone intuizioni e madornali dimenticanze; le prime dovute al fatto che negli anni passati ho tutto sommato studiato con serietà, le seconde dovute al deficit di fiducia che in questi giorni mi logora. Passerà, prima o poi; temo non prima di aver concluso quest'anno accademico, però.

Per oggi è tutto. Presto il blog tornerà ad essere aggiornato con una frequenza rispettabile. Continuate a seguirmi!

Bye
moody83
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lunedì, 19 marzo 2007, ore 22:00

C'è chi descrive un blog come uno specchio, che riflette l'immagine del blogger. Per altri invece è una maschera, che attraverso l'opportuna scelta di argomenti e di toni permette al blogger di apparire diverso da come è realmente. Per quanto mi riguarda devo ammettere che ogni volta che ho provato a mascherarmi il risultato finale è stato poco credibile, dunque ho rinunciato presto a travestimenti di ogni sorta.
In questo periodo ho trascurato un po' il mio blog perchè non ho avuto molta voglia di scrivere e soprattutto non ho trovato motivi validi di ispirazione. Qualche giorno fa però mi è capitato di discutere di un argomento di attualità e di etica professionale su cui forse troppo poco mi sono soffermato, nonostante sia stato a lungo sotto i riflettori della stampa e abbia funzionato da catalizzatore della cosiddetta "opinione pubblica". Di questo tema tratterò oggi e spero vivamente che ne nasca un confronto tra i lettori, che sicuramente hanno avuto modo di maturare un'opinione in merito. Chiedo clemenza fin da subito se in qualche passaggio il mio ragionamento apparirà superficiale o parziale, ma la difficoltà della materia potrebbe indurmi facilmente in errore.

Il post di oggi vede come protagonisti testamento biologico, significato della vita ed eutanasia. Questi tre attori sono legati strettamente l'uno all'altro, in quanto il primo affonda le proprie basi proprio nel significato che si attribuisce alla vita e la terza rappresenta uno degli strumenti per l'esecuzione di tale testamento. Nel discutere di questi temi si incorre molto spesso in terribili difficoltà e incomprensioni, ci si scontra e spesso viene voglia di lasciar perdere ogni confronto. Tali difficoltà sono dovute, a mio avviso, al fatto che il tema della morte e della sua eventuale anticipazione ci costringe a fare i conti con una delle nostre pulsioni più forti: l'istinto di conservazione, di noi stessi e della specie. Tale istinto è fondamentale, in noi come negli altri animali: senza di esso qualunque specie sarebbe destinata all'estinzione.
Risulta poi piuttosto curioso che se da una parte tale istinto ci fa provare sdegno all'idea di "morte prematura", dall'altra non risulta sufficientemente forte per farci pensare con serietà a problemi quali l'inquinamento o la deforestazione, anche se rappresentano anch'essi una possibile causa di morte prematura della specie o dell'individuo (es.tumori). Dove finisce l'istinto di conservazione, ad esempio, nei fumatori incalliti? Questi sono i grandi misteri della natura umana!

Tornando all'argomento del post, per poter discutere di eutanasia e testamento biologico introdurrò ora un altro elemento: la malattia. Spero non ci siano obiezioni se sostengo che tutta la discussione su questi due argomenti è nata in relazione alla loro eventuale applicazione ai malati di mali incurabili. C'è dunque differenza tra un malato del 1600 e uno del 2007? Secondo me sì. Nel 1600 una malattia poteva finire in due modi: con la morte o con la guarigione. Nel 2007, grazie alla tecnologia, un malato può in alcuni casi essere mantenuto in vita con l'ausilio di macchine, ad esempio un respiratore nel caso di Welby. Per chi non lo sapesse, Welby era affetto da distrofia muscolare progressiva, una malattia che colpisce i muscoli e ne impedisce il funzionamento; tra i muscoli colpiti ci possono anche essere quelli respiratori e tutti sanno che senza respirare si va poco lontano. Dunque, ricapitolando, un malato nel 2007 può: morire, guarire o sopravvivere per un tempo indeterminato grazie alla tecnologia, senza guarire e magari anche soffrendo per l'immobilità o per il dolore.

Lo scontro su questo argomento è naturalmente di carattere morale, che vede da una parte chi ritiene la vita come qualcosa a cui non si può assolutamente rinuciare, dal momento che sarebbe contro natura farlo; dunque qualunque mezzo esistente per prolungarla deve essere usato e sfruttato fino in fondo; la morte deve sopravvenire più tardi possibile, non importa come tale obiettivo viene conseguito: la vita è troppo preziosa, sempre e senza incertezze. Dall'altra parte invece c'è chi dice che alla vita si può rinunciare in particolari casi, anche se essenzialmente è contro natura; in caso ad esempio di malattie allo stadio terminale, senza prospettive di guarigione nè di ritorno ad un grado apprezzabile di autosufficienza, è accettabile accogliere il desiderio del malato che non riesce più a tollerare le sofferenze che la malattia gli provoca di chiudere i giochi in anticipo, possibilmente con meno sofferenza possibile. Quindi i primi considerano come prioritaria la "quantità" di vita, i secondi la "qualità"; è una semplificazione ma può servire per inquadrare meglio il problema. Questo confronto è ancora più tragico perchè a discutere su questi grandi temi ci sono persone sane, che spesso poco o nulla sanno sulla sofferenza e sulle privazioni che una grave malattia impone; d'altra parte non può essere altrimenti, perchè non ci si può aspettare che un uomo (o una donna, naturalmente) che soffre abbia tutta questa disponibilità a parlare e a scontrarsi con gli altri: per sostenere le proprie idee bisogna essere al massimo della forma! Inoltre sono proprio le persone sane che devono prendersi cura di chi è malato, di rado quest'ultimo combatte da solo ma al contrario viene aiutato da chi gli è più vicino: assistito e assistente sono legati a doppio filo.

A questo punto entra in scena il cosiddetto "diritto all'autodeterminazione", secondo cui, in parole povere, il malato è libero di scegliere se curarsi e se sottoporsi alle terapie suggerite dal medico. Dunque se il malato desidera tentare ogni strada per non arrendersi ad un destino crudele, lo può fare e la comunità lo deve aiutare. Se invece il malato ritiene di averne avuto abbastanza della sofferenza che ogni giorno è costretto a soffrire, in nome del rispetto della propria libertà di scelta ha la facoltà di opporsi al giudizio del medico e di rifiutare una terapia (ad esempio una terapia palliativa, che pur non curando permette di sopravvivere almeno temporaneamente).
Tale diritto però è per certi versi piuttosto astratto, perchè pur basandosi sul principio generale della libertà dell'individuo che in nessun caso può essere messo in discussione (almeno nella nostra società) di fatto non esiste una legge che lo tuteli. Sembra assurdo, ma è così. Se da una parte la legge tutela la vita e il rifiuto di aiutare un individuo in difficoltà viene punito (omissione di soccorso), dall'altra non c'è una norma dedicata che tuteli il malato che decide di non curarsi o di affrettare il momento del decesso.
Porto come esempio la vicenda di un'anziana signora che si era rifiutata di sottoporsi ad un intervento di amputazione della gamba; qualcuno dei miei lettori si ricorda che la notizia fu trasmessa nei telegiornali, che per un paio di giorni hanno parlato delle condizioni sempre più critiche della signora e delle difficoltà che la malata aveva trovato nel far accettare la sua scelta? I medici non volevano accettare la decisione per paura di ricorsi (per omicidio colposo o per omissione di soccorso, credo) della famiglia e il diritto all'autodeterminazione ha rischiato di essere violato, inoltre le chiacchiere che si sono fatte sulle condizioni sempre più gravi di questa signora sono un'insulto al diritto del malato di tenere per sè informazioni sulla propria salute: quando si è malati non è giusto avere anche gli occhi dell'opinione pubblica addosso. La signora è morta, ma la confusione che è stata fatta attorno a lei ha del vergognoso.

L'altra sera mi è stato detto anche che se uno tenta di suicidarsi e sopravvive, viene sottoposto a una terapia con psicofarmaci per prevenire la recidiva; era un po' tardi ed ero un po' stanco, spero proprio di aver capito male. Per un momento mi è sembrato che dietro questa terapia con psicofarmaci ci fosse un qualche significato punitivo: spero proprio di essermi sbagliato.

Chiudo qui il post perchè preferisco vedere come evolve la discussione nei commenti che mi auguro fioccheranno copiosi. Il tema è molto impegnativo e di sicuro non si esaurisce in quello che ho scritto io. Per concludere dichiaro, se non si fosse capito, che sono un sostenitore del diritto all'autodeterminazione senza interpretazioni: chi vuole vivere viva, chi non vuole faccia quello che gli pare; non riservo biasimo per nessuna delle due scelte perchè entrambe sono di pari dignità, per me.
moody83
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venerdì, 16 marzo 2007, ore 18:04

Non mi era mai successo di interrompere la lettura di un libro per leggerne un'altro. Invece è successo pochi giorni fa. Si tratta di un volumetto intitolato "Allegro ma non troppo", l'autore è C.M.Cipolla, uno storico specializzato in storia economica.

Cipolla affronta con straordinaria lucidità due argomenti per certi versi molto interessanti:
- l'importanza delle spezie in relazione allo sviluppo economico del Medioevo,
- la stupidità umana.
Al primo impatto qualcuno potrebbe giudicarla una lettura piuttosto futile, ma solo i più distratti si faranno depistare da questa impressione. Infatti basta cominciare a leggere le prime righe per apprezzare fin da subito la straordinaria coerenza e l'umorismo di cui Cipolla è capace.

Ho apprezzato molto la parte in cui si affronta la stupidità umana, in particolare il tentativo di delineare il profilo della "stupidità" con un approccio tipicamente scientifico. La parte poi in cui si parla delle spezie e soprattutto del pepe quale segreto (per modo di dire) motore dello sviluppo e della crescita mi ha suscitato viva soddisfazione. Durante la lettura il sorriso non è mai scomparso dal mio viso e ciò mi ha fatto indubbiamente molto bene, dal momento che in questi giorni ho l'intero planetario che mi gira intorno.

Altro non voglio dire, perchè preferisco lasciare ai lettori la possibilità di godersi la lettura in pieno. Consiglio VIVAMENTE il libro a tutti, soprattutto perchè in un pomeriggio si legge per intero. Si tratta di un libro da leggere e rileggere a distanza di un po' di tempo, per rilassarsi e per sorridere un po'. Se ancora non si fosse capito, questa esperienza di lettura mi è piaciuta TANTISSIMO, desidero che anche chi mi legge partecipi di questa sensazione. Quindi: PROCURATEVI IL LIBRO!

Bye
moody83
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lunedì, 12 marzo 2007, ore 22:03

Tempo fa ho confessato ai miei lettori di sentirmi "distratto", di trovarmi a fare delle domande e di non riuscire a dare risposte. In realtà si tratta di una definizione un po' sommaria dello stato in cui mi trovo.

Non sto male, ma nemmeno bene; forse il problema risiede nel fatto che ho un'immagine un po' troppo rigida dello "stare bene". Non sono sommerso dagli impegni, non sono per così dire "stressato"; ho alcuni esami da preparare, per il momento nemmeno troppo impegnativi, direi piuttosto fastidiosi. Ho una non meglio definita difficoltà a concentrarmi: mi concedo frequentissime pause dallo studio, vado spesso in cucina, apro il frigorifero, non prendo nulla; vado alla finestra, guardo se passa qualcuno, poi torno alla scrivania. Dopo 20-30 minuti sono di nuovo in cucina. Per fortuna ho spostato il computer con il modem fuori dalla mia stanza, così riesco a resistere alla tentazione di navigare su internet. I ritmi di lavoro sono comunque molto lenti.

Poi sono sempre a corto di idee da scrivere sul blog. Vorrei aggiornarlo più spesso, ma non ho l'ispirazione. Provo spesso a visitare il blog di qualcun altro, per trovare l'ispirazione che mi manca. Qualche volta mi viene in mente qualche argomento interessante, comincio a scrivere e dopo un paio di paragrafi mi accorgo di aver tirato fuori il peggio di me stesso. Per esempio avevo pensato di trattare qualche tema "impegnato", come quello dei cosiddetti DICO e a ruota parlare di quello che penso sul comportamento tenuto dal Ministro della Giustizia alla ultima puntata del programma di Santoro. Un'ora fa poi sono capitato su un blog di Splinder di chiara ispirazione fascista e ho avuto un attimo di mancamento (più un lipotimia che una sincope, per chi si intende di queste cose), non ho nemmeno cominciato a scrivere!

Credo che il problema sia in una non meglio precisata mancanza di forza. Il mio carattere è sempre stato piuttosto impulsivo, anche se ho elaborato le mie strategie per controllarmi, ma in questi giorni mi sento davvero fiacco. Inoltre mi sono accorto di aver preso la brutta abitudine di svegliarmi tardi la mattina, con ovvie ripercussioni sullo studio, mentre mi ricordo che solo poco tempo fa alle 8, massimo 8 e mezza, ero in piedi e pimpante. Pur andando a dormire più o meno sempre alla stessa ora.

Ecco, mi è venuto sonno! Vado a dormire. Domani penserò ad un nuovo modo per darmi una scossa, non posso arrendermi! Non voglio!

Bye
moody83
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giovedì, 08 marzo 2007, ore 18:31

Puntata 5

Ciò che resta è nulla

Tom sta percorrendo gli ultimi metri che lo separano dalle porte della sua cittadina natale Haemored. Non vi metteva piede da quando, raggiunta la maturità, il suo nuovo lavoro lo portò ad intraprendere una vita in giro per la Federazione. Ha sempre ricordato chiaramente quel giorno, l'emozione di ricevere il diploma dell'Accademia e la grande voglia di viaggiare che l'aveva preso. Ora la sua vita sta per volgere al termine e sul suo corpo sono chiari i segni del tempo: rughe, scarpe consumate, scarsa resistenza alla fatica e piccoli acciacchi. Aveva deciso che poco prima di morire doveva rivedere per l'ultima volta i luoghi della sua infanzia e questo l'ha portato sulla strada su cui cammina ora.
Ma Tom non ha l'animo sereno, purtroppo sa già cosa troverà al suo arrivo. Come molte altre città della Federazione la sua Haemored era stata devastata dalla guerra civile e nel pieno del conflitto un'inspiegabile epidemia aveva fatto strage dei cittadini; non lo rallegrava il fatto che erano morti anche molti ribelli.
Pensando alla guerra civile una lacrima solca il suo volto. Quasi nemmeno sa come è cominciata, si ricorda solo di quello che gli hanno detto all'Accademia. Un giorno comparve una banda di teppisti, li chiamavano "Crazy Blasts". Aumentavano di numero ogni giorno, si insediavano nelle case degli altri e bivaccavano nelle strade. La popolazione era impotente di fronte a tutto ciò. Le città si trasformarono presto da centri ordinati e operosi in baraccopoli sommerse dalla spazzatura.
L'epidemia invece era un evento più recente e lo stesso Tom vi aveva assistito. Lui e altri trasportatori come lui non si sono mai ammalati, ma studenti e insegnanti delle Accademie invece sono morti uno dopo l'altro; a detta di alcuni si trattava di una malattia che colpiva solo gli elementi più giovani della comunità, ma non gli adulti; secondo altri il contagio si era diffuso a causa dell'affollamento delle Accademie. In realtà si trattava solo di chiacchiere, nessuno sapeva cosa fosse davvero successo.
Con la mente occupata da questi pensieri Tom quasi non si è accorto di essere già arrivato alle porte di Haemored. Ma ciò che vede lo riporta bruscamente alla realtà evocandogli una sensazione violenta, come se qualcuno lo avesse schiaffeggiato. Le sue orecchie percepiscono solo il leggero sibilo del vento, fa freddo, i suoi occhi vedono solo una città fantasma. Ci sono edifici diroccati e strade polverose. Il silenzio stritola come una tenaglia il cuore di Tom, che non può fare a meno di assecondare la debolezza che sente alle gambe e si inginocchia, cominciando a piangere sommessamente. Lui è diventato vecchio, ma la sua città sembra che sia morta prima di lui.

Fine puntata
moody83

domenica, 04 marzo 2007, ore 22:37

Non scrivo da un po', ormai. Deve essere perchè mi sento un po' distratto in questi giorni. Sono, per modo di dire, in un periodo riflessivo: mi ronzano in testa alcune domande e non sono convinto delle risposte.
Ho provato a stimolare una reazione a questa situazione con una nuova puntata del racconto a puntate, ma mi sono fermato al primo periodo; dovrò rimandare la pubblicazione.

Credo che da domani cambierà qualcosa, anche perchè devo ricominciare a studiare dopo troppo ozio forzato. A presto.

Bye
moody83
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